L’olocausto sconosciuto:

lo sterminio degli Italiani di Crimea


(Seconda Edizione - Roma - Marzo 2008)

Giulia Giacchetti Boico e Prof. Giulio Vignoli

(riproduzione in formato internet accordato dagli autori esclusivamente a www.ItalianiNelMondo.com)


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V. PARLONO I TESTIMONI


Giungono da lontano le voci, le implorazioni strazianti dei superstiti al genocidio. O Italia, o Repubblica Italiana, o Governo di qualunque colore tu sia, fino a tal punto sei sordo agli imperativi dell’etica


I. Bartolomeo Evangelista

Nel 1999 (quando Giulio Vignoli seppe di lui) risiedeva a Saratov sul Volga (Russia) ed aveva allora 84 anni. Morì pochi anni dopo senza che fosse stato esaudito il suo più grande desiderio: visitare l’Italia, la patria dei suoi antenati, che non aveva visto mai. Purtroppo questo è accaduto anche per l’indifferenza dell’Ambasciata italiana di Mosca! Ricordiamo che proprio per essere stato italiano Bartolomeo patì quanto descrive nelle sue memorie. In particolare fu accusato dalle autorità sovietiche di aver continuato a svolgere le sue funzioni di ingegnere capo nello stabilimento di carenaggio di Kerc anche durante l’occupazione tedesca della città. Il nipote di Bartolomeo, Paolo Evangelista, incontrato da Giulio Vignoli, durante un suo viaggio in Italia, cercherà di fondare la Comunità degli Italiani di Russia come si è detto.

Il racconto di Bartolomeo Evangelista è stato pubblicato con il sardonico titolo:

Ferie sotto la bandiera rossa o le disavventure degli Italiani in Russia, in Saratovskie Vesti del 22 luglio 1992. L’articolo è preceduto da una acuta premessa di A. Kulikov che osserva: “Gli appunti di Bartolomej Franzevic Evangelista ricordano quei giornali di bordo che tenevano i suoi antenati, i navigatori di Kerc, e di per sé questo resoconto asciutto e preciso del passato è effettivamente il giornale di bordo dell’ultimo viaggio della nave dalle vele scarlatte (in russo “la nave dalle vele scarlatte” è un simbolo di speranza invincibile) anche se l’equipaggio fu cacciato nella stiva, mentre sull’albero sventola la bandiera rossa”.

La deportazione iniziò nella notte del 29 gennaio 1942; venne data un’ora di tempo dagli uomini della N.K.V.D. (Commissariato del popolo per gli affari interni) per raggiungere Kamysh-Burun.

Lasciamo la parola a Bartolomeo Evangelista:

“Il 29 gennaio 1942 dal KPZ (cella della carcerazione preventiva) mi portarono dal maggiore Khvatov, capo del NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni) della città di Kerc.

Era seduto alla fine di un lungo tavolo nello spazioso gabinetto al secondo piano dell’edificio verde di uliza Lenina e, rivolgendosi a me disse: “Ecco, Bartolomej, io ricordo tuo padre dai tempi in cui correvamo senza pantaloni. Adesso tu ti dirigerai a Kamysh-Burun (un sobborgo di Kerc), dove sono riuniti tutti gli italiani di Kerc. Vi manderanno ad est e sappi: ‘Occhio per occhio, dente per dente’”. Tre “falchi” mi portarono a casa su un camion. A casa non c’erano più né mia moglie né mio figlio. A Kamysh-Burun, fra gli edifici semidistrutti della fabbrica di motosiluranti, si sentiva il rumore di una folla di persone. Erano tutti italiani -dai bambini ai vecchi-. Era notte fonda. All’alba caricarono tutta la gente con le loro poche carabattole nella stiva derrate del piroscafo “Kalinin”, e in mattinata il piroscafo salpò per Novorossijsk. Arrivammo lì verso le cinque del pomeriggio. 400-500 persone furono scaricate all’approdo e passarono la notte all’addiaccio sul pontile.

Il 31 gennaio gli italiani furono caricati su vagoni merci riscaldabili e attraverso tutto il Caucaso furono portati a Baku, dove, sotto scorta, furono tutti portati nei bagni pubblici per la disinfezione. La sera dello stesso giorno la gente fu caricata su un piroscafo che attraversò il Mar Caspio e ci portò a Krasnovodsk. A Krasnovodsk i coloni furono caricati su vagoni merci riscaldabili che erano equipaggiati di tavolacci a due piani e di stufette provvisorie in ogni metà vagone. In ogni vagone entrarono circa 50 persone e nel convoglio c’erano in tutto dieci vagoni. Da Krasnovodsk il convoglio con gli italiani si diresse nel Kazakhstan settentrionale. Facevamo i turni ognuno nella sua metà del vagone. Tenevamo accese le stufe, trovavamo il carbone, facevamo le pulizie. (Altri deportati raccontano di un gran freddo. Essi non negano l’esistenza di stufette, ma lamentano la mancanza del combustibile: dovevano raccogliere in fretta durante l’unica breve sosta giornaliera, destinata ai bisogni corporali, schegge, erbe secche, ecc., portandole nelle tasche, che erano del tutto insufficienti. Quando il treno traversava la steppa dove non c’era niente da ardere, i deportati cercavano di rubare qualche pugno di carbone dal “tender” della locomotiva. Forse la versione più attenuata di Bartolomeo Evangelista si deve al fatto che pubblicò le sue memorie appena caduto il comunismo e non era ancora sicuro narrare tutto).

Una magra sbobba e 200 grammi di pane ci venivano dati qualche volta alle stazioni dove si fermava il convoglio, se il capotreno riusciva ad organizzare la distribuzione del vitto altrimenti non mangiavamo. Questo viaggio si protrasse per 36 giorni. Un così lungo movimento del convoglio si spiega col fatto che per molti giorni esso rimaneva fermo sui binari morti a vari scambi e perfino alle stazioni.

Il 5 marzo 1942 il treno con i cittadini deportati arrivò, finalmente, alla stazione di Atbasar della provincia di Akmolinsk (Nota 1). Era notte e faceva 30 gradi sotto zero. Da entrambe le parti del convoglio si trovavano molte slitte piene di pellicce e stivali, ed i caposquadra mandati dai kolkhoz invitavano la gente nei propri villaggi. La nostra famiglia andò nel paese di Spasskoe (Nota 2). Durante questo “viaggio” a mia sorella Lina su quattro figli, morirono i due maschietti e io li lasciai ai posti di assistenza medica delle stazioni, il primo alla stazione Kartaly, il secondo non ricordo dove. La nostra famiglia era formata da 11 persone: mia madre, mio zio, mia nonna, mia sorella, mia moglie, io e 5 bambini. Verso il settembre del 1942, dopo 6 mesi, rimanemmo solo in 6, mia madre, mia sorella, mia moglie, io e la figlia maggiore di mia sorella. Nelle altre famiglie la condizione non era migliore. Nella famiglia Simone di 7 persone ne rimasero 2. Nella famiglia di zia De Martino, di 5 persone ne rimasero 2 ecc.

Nel villaggio distribuirono le persone nelle case delle soldatesse, che si comportarono nei nostri riguardi con compassione e benevolenza. Mia moglie ed io vivevamo dalla soldatessa Klaudia Gorboruka. Nel kolkhoz “Gli insegnamenti di Iljich” fin dai primi giorni, noi tutti ci occupammo di lavori domestici, partecipavamo alla semina, all’aratura e alla mietitura, seminavamo a mano il grano che poi veniva lavorato dai coltivatori e dall’erpice.

Nell’agosto 1942 dietro mie insistenti richieste, il NKVD della città di Atbasar permise a me e a mia moglie di andare nella città di Aralsk. Ad Aralsk mi designarono ingegnere capo della flotta di Aralgosrybtrest (il gruppo di pesca del mare di Aralsk). Ma nel novembre 1942 ricevetti dal Commissariato militare l’ordine di presentarmi con i documenti. Il giorno dopo io e due fratelli finlandesi accompagnati dal luogotenente, fummo portati a Celjabinsk. Fui destinato alla costruzione del complesso industriale metallurgico di Celjabinsk, che veniva costruito sotto la direzione del NKVD dell’Unione Sovietica.

A Celjabinsk erano state trasferite due industrie metallurgiche, quella di Kerc e quella di Lipezk. Sul territorio del cantiere si trovavano 15 punti di concentramento, che ospitavano più di 90 mila persone in età dai 15 ai 65 anni: tedeschi, italiani, ungheresi, romeni, polacchi, finlandesi, ucraini occidentali, bielorussi e perfino uzbeki della valle di Ferganà. Erano tutti cittadini sovietici (Nota 3). Io lavoravo come meccanico del settimo dipartimento edile. La costruzione del complesso industriale metallurgico di Celjabinsk iniziò dallo sradicamento dei ceppi all’inizio del 1942, e nel maggio del 1943 il complesso industriale già dava acciaio al fronte.

Una volta, dopo il lavoro, mi chiamarono al punto di guardia dell’OLP (lager speciale?), e dal punto di guardia il “cum” (il “compare”, cioè un capo dei secondini, così soprannominato dai prigionieri) mi mandò in cella d’ isolamento, da cui, dopo tre giorni, mi mandarono nella sezione operativa del NKVD […]. Di due mesi che passai nella sezione operativa del NKVD, il giudice istruttore Shevchenko Aleksandr Aleksandrovic mi “lavorò” solo tre giorni, nel corso dei quali venivo chiamato da lui tre volte al giorno. Poi – la prigione di Celjabinsk, in cella c’erano circa 130 persone. Nella cancelleria della prigione ogni notte chiamavano 8 persone e ad ognuno mostravano con ricevuta il periodo di campo di concentramento per deliberazione della conferenza speciale del NKVD dell’URSS.

Nei primi giorni del marzo 1944, capitai in un gruppo di deportati che veniva inviato a tappe al Nord. Lungo la strada ci davano 130 grammi di pesce salato e 100 grammi di fette di pane secco al giorno. Al posto dell’acqua davano tre secchi di neve per vagone. Successe che per tre giorni non dettero nulla ai detenuti. Nel vagone c’erano 70 persone. Nella disperazione, la gente si gettò sulle inferriate che la separavano dalla scorta, ed iniziò a scuotere il vagone. Allora il capo della scorta convinse i detenuti a calmarsi, promettendo di nutrirli con qualcosa. Prese dai soldati della scorta le provviste chiuse e un chilo e mezzo di fette di pane secco e le dette al detenuto di turno. Le fette di pane furono accuratamente divise con la bilancia e tutti ricevettero una briciola di pane secco.

Il convoglio arrivò a Vorkutà all’inizio dell’aprile 1944. Tutti i detenuti furono sistemati nelle baracche per i malati, poiché non avevano le forze neanche per camminare. Io fui mandato a lavorare nella miniera n. 1 “Principale”, il cui campo si trovava al centro del villaggio di allora. […]. Nella baracca ITR (del Personale ingegneristico-tecnico), dove vivevo, c’erano diverse persone, e tutte erano persone colte. Ivan Mikhailovic Gronskij, ex redattore capo del giornale “Izvestija”. […] Kapler, lo sceneggiatore cinematografico (autore dei film “Lenin in ottobre”, “Lenin nel 1918” e altri). Nel nostro Lager c’era la figlia di Rykov […].

Nel 1947 tutti i detenuti della miniera n. 1 “Principale” furono portati alle miniere n. 2 e n. 5, mentre la “Principale” fu completata con un nuovo contingente di carcerati. I carcerati avevano i berretti bordati di tela da sacco, sulla quale davanti era disegnato un numero con la vernice nera. Sulla schiena della giubba imbottita pure era cucito un pezzo di tela da sacco con il numero e lo stesso si ripeteva anche sul ginocchio destro.

Prima del cambio della guardia, un “pittore” passava tutti in rassegna e con un pennellino ripassava i numeri che si vedevano male. Davanti alle porte (del gulag) la brigata dei carcerati stava inginocchiata sul ginocchio sinistro, l’ufficiale di turno faceva rapporto con voce tonante: “Ho consegnato 35 nemici della Patria”, l’altro ufficiale dentro le porte del Punto di Concentramento pure strillava: “Ho preso in consegna 35 nemici della Patria. Alzarsi!”. E la brigata si dirigeva in miniera ad estrarre il carbone.

A Celjabinsk le abitazioni erano baracche decrepite con tavolacci a due piani, in ogni cella, fra due pilastri vivevano 5 persone. Si poteva dormire solo sul fianco. Il letto era la propria giubba imbottita oppure il cappotto. Il vitto –una zuppa di khrjap (foglie verdi di cavolo) con patate andate a male. Ogni giorno, dopo il cambio della guardia, portavano via sulle slitte dal nostro Punto di Concentramento fra i 10 e i 12 cadaveri sotto teli catramati. Prima che finisse

l’anno nel Punto di Concentramento era rimasta meno della metà delle persone”.


II. Angelina Cassinelli (originaria di Bisceglie)

“Siamo rimasti nel Cazachistan fino al 1947. Con me c’erano il nonno, Benedetto Salvatore, mia madre e mio fratello. Siamo partiti con soli 32 chilogrammi di roba. Otto a testa. Ci hanno tolto le nostre case e non ce le hanno mai restituite. Siamo arrivati in marzo e laggiù nessuno ci attendeva. Tutti ci temevano e ci evitavano come fossimo appestati. Non avevamo vestiti per cambiarci. Il presidente del Kolkoz diceva: “Volete pane, andate da Mussolini”. Tutti si ammalarono di tifo petecchiale e molti morirono. Chi non morì di malattia morì di fame e per le offese continue. Una volta finita la guerra raggiungemmo la città di Akmolinsk. Ma anche lì ci negavano il lavoro. Noi, però, siamo sempre stati ostinati nel dire che “eravamo e siamo italiani”. A tutti hanno dato medaglie a noi non hanno dato nulla!”


III. Paola Evangelista

“Era il 29 gennaio 1942, ricordo molto bene quel giorno. Venne una macchina della polizia speciale, dissero che ci davano un’ora e mezza di tempo e poi ci avrebbero deportati. Potevamo portare con noi solo 8 kg. di roba a testa […]. Il maggiore Khvatov aveva un elenco di italiani, anche di famiglie miste […] (come già detto, si dice che questo elenco sia stato redatto dai Tedeschi durante l’occupazione. Ora si trova presso l’Archivio di Stato di Simferopoli). Ci radunarono in vari punti: scuole, mense. Ci portarono a Novorossijsk, ci fecero il bagno. Poi ci misero in dieci vagoni bestiame. Su questo treno facemmo un lungo viaggio che durò due mesi. Morivano i bambini. I miei figli di 2 e 5 anni morirono, come tutti, di tifo petecchiale e di polmonite. Quando arrivammo nel Kazakistan ci dissero: vi hanno mandato qui perché moriate tutti! Sul nostro documento d’identità c’era scritto ‘deportato speciale’”.


IV. Pietro Pergalo (residente ora nella Repubblica autonoma dei Comi)

“Mio bisnonno Nicola Bassi partì dall’Italia negli Stati Uniti (per questo fu chiamato “l’american”), ma l’America non gli fu piaciuta. Poi si stabilì a Kerch. Qui insieme a suo figlio, con la propria nave “Santa Maria” trasportò le merci e si mise felicemente nel commercio. In quell’epoca cominciò la trasmigrazione di massa dei contadini italiani da Trani e Bisceglie a Kerch.

Mia zia Lora Giacchetti fu figlia dell’agiato contadino Saverio, sposò un marinaio Paolo Scocemarro cugino del mio nonno Gaetano Pergalo. Nell’anno 1934 la famiglia Giacchetti fu mandata via da Kerch (in Italia) e Lora non la vide più. La famiglia dell’impiegato del consolato italiano Vincenzo Colangelo fu esiliata a Novorossijsk. Sua moglie Teresa Bassi è la sorella della mia nonna Angelina. Il loro figlio primogenito Francesco fu separato dalla moglie russa e dalla figlia rimaste ad Odessa, non fu permesso di prenderle in Italia. Solo nel 1970, soggiornando insieme alle sorelle a Drugkovka, Francesco ha visto la moglie. In Italia non ha preso un’altra moglie.

Le autorità italiane misero a repentaglio gli Italiani di Crimea mandando nel 1941 gli uomini tornati in Italia a guerreggiare contro l’Unione Sovietica, per lo più in qualità di interpreti. Molti morirono in combattimento presso il fiume Don”.

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“I nostri genitori furono fucilati dai bolsceviki proprio per la loro identità nazionale, e nessuno s’interessava della cittadinanza. Se è italiano, allora “spia a favore d’Italia”. Fu condannato anche un discendente del Garibaldi a Feodossia! Ecco il motivo perché molti facevano scrivere nei documenti dei figli: “russo”. Sono orgoglioso di riuscire, all’età di quasi 40 anni, di ricuperare l’indicazione della nazionalità italiana in un passaporto nuovo anche se per poco (ora nei passaporti di Russia e di Ucraina non c’è l’indicazione della nazionalità)”


V. Leonida Rizzolatti (testimonianza inviata dalla signora Rizzolatti a Pietro Pergalo nel 1999)

“Nell’anno 1894 circa la famiglia Rizzolatti in ricerca di lavoro venne dall’Italia di Nord (la città di Udine) in Ucraina (città di Korostyscev del regione di Gitomir). La famiglia si compose di mio nonno Rizzolatti Petr Jakovlevich ( Pietro, figlio di Giacobbe), di due suoi figli Ferdinando e Giacobbe, delle sorelle Elena e Ljolja (?) e di mia nonna.

A Korostyscev si installarono e misero su la propria attività legata al marmo. Il nonno e i suoi figli fecero scultori. Furono i primi scultori italiani che facevano delle statue marmoree in Ucraina. Dopo qualche anno la famiglia trasferì a Kiev, dove costruì per sé case private conservate ancora oggi (in via Krasnoarmejskaja, 32, già via Bolsciaja Vasilievskaja – tre case; e in via Kropivnizkogo, 4).

Mio padre Ferdinando nacque in 1872. In 1908 sposò una moldaviana, Jakimova Leonida Ferapontovna, nata nel 1889. Ebbero cinque figli: 1910 nacque Jolanda; 1912 nacque Umberto; 1921 nacque Alpino; 1923 nacquero i gemelli Leonida (sono io) e Ferdinando. Dall’anno 1933 circa il padre cominciò a lavorare a Gitomir dove faceva monumenti. In 1936 il padre morì in età di 64 anni. Le date della morte dei miei nonni, purtroppo, non le ricordo, poiché fui ancora piccola. Dopo la morte del padre il consolato italiano stabilì la tutela dei suoi figli minorenni. E una volta la famiglia ottenne il sussidio. Fu mia sorella maggiore a venire ogni mese al consolato italiano e riceverlo per fratelli e sorella minorenni (evidentemente perché erano cittadini italiani).

Nel 1938 il consolato italiano fu soppresso e la mia sorella Jolanda fu arrestata. In quell’epoca fu ventottenne ed ebbe una figliola Adele di quattro anni. Le richieste ripetute fatte da noi per accertare la causa del suo arresto furono infruttuose. Ci fu una sola risposta: fu stata condannata a dieci anni di isolamento rigido senza il diritto di corrispondenza. E solamente dopo anni di lunghe ricerche abbiamo ricevuto la risposta che fosse stata riabilitata 1989 (postuma). Mia sorella fu accusata di trasmettere delle informazioni spionistiche al segretario del consolato italiano di cognome Ballovich. La corte marziale diede a noi la possibilità di prendere conoscenza dei documenti del fascicolo di mia sorella. Come avemmo saputo dal verbale, mia sorella fu stata fucilata un mese e mezzo dopo l’arresto senza indagine e processo (secondo la sentenza di una “trojka).

La nostra famiglia fu sempre perseguitata, poiché fummo i cittadini italiani. Spesso fummo minacciati, la mamma fu interrogata tante volte dall’NKVD. A proposito delle persecuzioni il mio fratello più grande Umberto venne a Celjabinsk. Fino ad oggi non sappiamo niente della sua sorte. Sull’altro fratello Alpino so che 1941 lui sia andato al fronte e non si sa più niente sul suo destino successivo. Il mio fratello gemello Ferdinando vive con la famiglia in città di Belaja Zerkov’ del regione di Kiev, fa autista, ha due figlie.

Qualche parola di se stessa: ho lavorato per 40 anni in commercio, facevo cassiera. Dal febbraio 1992 non lavoro, sono molto malata. Soffro di glaucoma, sono invalida di vista. Vedo molto male. Vivo insieme al mio marito e la nostra figlia”.


VI. Tokareva Natalia - racconta la vita di sua nonna De Lerno (Volodcenko) Polina Sebastianovna nata a Kerc (Crimea) nel 1915

“Mia nonna era un’italiana autentica. Sua madre Rosalia Marcovna nata Simone fu la figlia primogenita di Marco Simone e di sua moglie Polina. Ebbero sei figli, cinque femmine (Rosalia, Anna, Maria, Polina e Barbara) e un figlio maschio Sergio, il quale nel 1935 partì per l’Italia con la famiglia e la loro traccia perdette.

Marco Simone fu arrivato a Kerc dall’Italia in 1870 circa. Ebbe partecipato in lotta del popolo italiano di liberazione nazionale (Risorgimento), combattendo nella squadra di Giuseppe Garibaldi. Morì a Kerc all’età di cento anni, ebbe chiesto di essere seppellito in camicia rossa in segno della lotta per la liberazione d’Italia. Fece sposare la figlia maggiore Rosalia con un bravo marinaio Saverio De Lerno. Rosalia, una ragazza dagli occhi chiari, lo chiamò “scarafaggio” per i baffi neri e la carnagione olivastra. Ma vissero felicemente ed ebbero 5 figli: Dolorata, Benedetto, Polina, Marco e Antonina. Questa Polina è mia nonna. Subì molte vicissitudini, di cui patì la gente della sua generazione.

Le prime disgrazie cominciarono quando la nave dove serviva suo padre fu internata in Turchia. La madre lavorò e procurò da mangiare per i figli, e i figli lavorarono: chi in cocomeraia, chi fece il lavoro a giornata. Il padre ritornò dalla prigionia malato e poco dopo morì. In Paese a quell’epoca furono fame, malattie epidemiche, tifo. Mia nonna (ebbe dodici anni) si fu ammalata di tifo, perdette la coscienza, fu malata gravemente a lungo in ospedale, ma guarì.

Fu necessario vivere, aiutare la madre e la famiglia. Finite sette classi di scuola, seguì un corso per contabili, poi lavorò in varie imprese. A Kerc fu cominciata la costruzione della fabbrica “Azovvodsroj” (ora è fabbrica “Zaliv”) dove la nonna trovò un impiego. Qui incontrò mio nonno Volodcenko Vasilij Andrejevich. 1937 si sposarono e 1939 nacque la loro figlia, mia mamma Natalia Vasilijevna.

In 1941 cominciò la Grande Guerra Patria. Le truppe tedesche occuparono Kerc. Bombardamenti, incursioni, morte e orrore. I soldati tedeschi con i mitra fecero rastrellamenti, fecero il giro di tutte le case rimaste dopo i bombardamenti. Nella nostra casa ci fu un rifugio antiaereo dove si nascosero gli abitanti e dei soldati sovietici feriti. I tedeschi fecero uscire tutti dal rifugio e misero i soldati feriti al muro per fucilarli. E in questo momento si accorsero della nonna -i suoi riccioli neri, il naso a ponte- e gridarono “Jüdin! Jüdin! (ebrea!)”; l’ebbero catturata e, con la bimba tra le braccia (mia mamma ebbe due anni e mezzo) cominciarono a trascinare al muro anche loro. Ma una vicina, di nome Olga, che conobbe il tedesco, gridò: “Nein! Nein! Sie ist Italienerin!”. I tedeschi lasciarono la nonna: ”O gut! Gut! Italiani sono i nostri amici!”. Fucilati i soldati, i tedeschi se ne andarono. Poco dopo grazie a buon andamento di operazione di sbarco a Kerc e a Feodossia in dicembre le truppe sovietiche liberarono Kerc dai tedeschi.

Fu gennaio 1942. Un giorno a casa bussarono i soldati, questa volta sovietici: “Italiana, esca, hai due ore, preparati per il viaggio, sei passibile di deportazione dalla città! L’Italia combatte a parte di Germania, dunque tutti gli italiani sono passibili di deportazione”. Assieme agli altri italiani la nonna con la bimba furono portati in porto, caricati sulla nave e mandati da Kerc.

Appena le navi (ne furono alcune) furono allontanati un po’ dal porto, piombarono degli aerei tedeschi e cominciarono a bombardare. I marinai cacciarono tutti nella stiva, chiudettero i boccaporti. La gente gridò, pianse, qualcuno, impazzito dalla paura, in crise isterica si dibattè in buio. Finalmente l’incursione finì. Alcune navi con la gente furono mandate al fondo. Ma la nave dove fu la nonna arrivò intatta a Novorossijsk. Là i deportati furono caricati nei vagoni bestiami e mandati in Kazakstan.

Durante il percorso ora uno ora due vagoni con la gente furono sganciati, altri continuarono il viaggio. La nonna fu sbarcata in villaggio Vishnjovka della provincia di Akmolinsk. Fece gelo, non ci fu da mangiare né dove vivere. A stento si sistemarono in kolkoz “Krasnoje osero” (Lago rosso). La nonna pascolò le pecore. Poco dopo la nonna si ammalò di tifo, e fu portata svenuta in ospedale, in altra zona. La bimba rimanè sola, abbandonata al proprio destino: chissà dove girò, cosa mangiò. Fu ospitata alla meno peggio in una famiglia con prole numerosa di un uomo russo, chiamato da tutti “zione” Karp (Nota 4). Guarita, la nonna è venuta dall’ospedale, trovò sua figlia e non la riconoscette: tutta coperta di rogna, cenciosa, malata. Ma la nonna fu lieta di trovarla viva. Poi d’autunno con il careggio che portò il raccolto nel centro della provincia partì per la costruzione della ferrovia tra Akmolinsk e Kartaly’ (quella strada ferrata porta a Celjabinsk, la più vicina città della Siberia).

La nonna sopportò tutto: faticoso lavoro forzato, freddo, fame e malaria che la estenuò. Sopportò tutto, rimase viva, salvò la figlia, sopravvisse, e aiutò tutti, soprattutto degli italiani di Kerc che letteralmente estinguettero dalla fame e dalle malattie. La nonna non si lamentava mai, non raccontava a nessuno delle sue sofferenze, allora non ne sappiamo i dettagli, e dei testimoni sono già tutti morti. Il tempo divorò tutti e tutto.

Nel 1947 ritornò a distrutta dalla guerra sino alle fondamenta Kerc. Ma bisognava vivere! E la nonna viveva, ha creato una vita nuova. Non nascondeva mai (come facevano molti altri) che è italiana. E’ morta nell’anno 1997 all’età di ottantun anni”.


VII. Memorie di zia Speranza (raccolte da Giulia Boico alla quale si devono le note)

“La mia zia -dice Giulia- si chiama Speranza, Nadezna in russo, Giacchetti Denissova (il cognome del marito). Il 23 settembre 2006 ha compiuto 75 anni”.

“Sono nata in Crimea in una famiglia di origine italiana. Mio padre fece falegname. Mia madre prima del matrimonio ebbe lavorato presso Kerc in un kolchos (sorta della cooperativa agricola) italiano chiamato “Sacco e Vanzetti” alla coltivazione degli ortaggi, pricipalmente di pomodori. Poi diventò casalinga con tre figli. Quella maggiore fui io.

Da quando mi ricordo, seppi di che nazionalità siamo, ma fu già pericoloso. Tante volte sentemmo dire a noi “fascisti” (Nota 5). I fratelli della mia mamma, come molti altri uomini di origine italiana, furono arrestati e posti alle torture feroci per il motivo della loro italianità, due dei miei zii furono fucilati come “le spie italiane e nemici del popolo sovietico” (Nota 6). Di tutto questo si parlarono sottovoce e di nascosto.

La nostra chiesa cattolica fu chiusa (Nota 7). Anche la scuola elementare italiana fu chiusa (Nota 8), allora cominciò a frequentare una scuola comune sovietica.

Scoppiata la guerra e la vita cambiò a peggio. Più spesso fummo chiamati “fascisti” non solo dai coetanei, ma anche dagli alcuni adulti. Fu una parola offensiva e ingiusta, ma non so rimproverarli. Si può capire e perdonare quella gente semplice di cui famigliari e amici morirono in combattimento contro gl’invasori difendendo la loro Patria (Nota 9).

Il nostro padre non fu preso nell’esercito , ma mio zio Elia, il fratello più minore della mia mamma, cambiò i documenti e andò con un amico come miliziani in milizie volontarie (Nota 10). Tutti e due perirono dopo pochi giorni in una battaglia presso il lago Sivash in Crimea (Nota 11). Elia non ebbe ancora diciott’anni.

In gennaio 1942 (Nota 12) da noi vennero gli uomini in uniforme armati e dissero che siamo traditori e nemici e ci comandarono a prendere subito la roba neccessaria ed andare con loro. Fu impossibile obiettare o fare qualche domanda.

Con pianto ci lanciammo a fare i fagottini, la mamma con le mani tremanti piegò la nostra misera roba, specialmente le fasce per la sorellina minore. Io vestii il piccolo fratello (Nota 13), padre in fretta cercò i documenti. Alla fine la mamma avvolgette la sorellina in una coperta, poichè non ebbe dell’abito pesante, e preso l’orinale per i piccoli. Poi togliette dal forno una pentola con i fagioli mezzo cotti, versò l’acqua e involtò in un’altra coperta (Nota 14).

In fretta e furia non riuscii a trovare le mie manopole, ma non potei cercarle ancora, poichè quegli uomini con i fucili ci sollecitarono ad uscire. Poi la mamma che non ebbe le manopole sfilò i suoi calzini ed io me li misi invece di manopole (Nota 15).

Sempre scortati da guardie armate, salimmo sul cassone coperto di un autocarro. I vicini ci seguirono in silenzio con lo sguardo. Non lo so che sentimento nutrirono – forse chi compassione, chi odio. Ma la stessa sorte potè attendere ogni persona in Unione Sovietica, senza eccezioni.

In questo autocarro ci portarono al porto di Kamisc Burun (Nota 16). Con gli altri italiani deportati passammo giorno e notte in un gran locale senza le porte, forse in un deposito delle merci.

L’altro giorno furono portati innumerevoli soldati sovietici feriti e li cominciarono a caricarli su una chiatta per sgombrare (Nota 17). Ma appena la prima chiatta fu partita dalla terraferma, sopraggiunsero gli aerei bombardieri e sganciarono le bombe. Vampata e fragore delle esplosioni, e solo qualche frammento sulle gelide onde nere. La chiatta fu colata a picco e nessuna persona si salvò. Vedemmo tutto.

Quando tutto si fu abbonacciato un po’, cominciò il caricamento della seconda chiatta. L’ebbero caricata in un altro modo: i soldati furono sistemati nella tolda e nella stiva calarono gli italiani deportati, prima di tutto le donne con i bambini. Toccò anche a noi. La mamma stringette al petto la piccola sorella, io portai per mano il fratello e mi abbrancai alla gonna della madre.

La stiva fu freddissima, buia e tetra, con un puzzo insopportabile. Tutti furono spaventati, molti gridarono e piansero. Dopo qualche tempo sentimmo la voce del padre: “Lora, Lora!” La mamma rispose ed il padre riuscì a passare a stento attraverso la gente. I deportati sedettero strettamente, fianco a fianco, e percepirono il movimento delle onde gelide sotto il fondo della chiatta.

Salpata la chiatta, e gelammo dallo spavento sentendo il rombo già conosciuto dei bombardieri. Se giudicare ai suoni, essi volassero basso, basso sopra la chiatta, ma non bombardarono. Gli uni supposero “Siano degli aerei da ricognizione”, gli altri dissero: “Forse tra di noi c’è un bimbo felice di cui sorte dividiamo, ci salverà”. Fummo scacciati al ponte di coperta per far vedere che ci sono le donne con bambini. La gente ebbe pregato Dio ardentemente (Nota 18), e forse per questo fu stato un miracolo: i bombardieri, li avemmo sentiti fino all’imbarcadero, ma non ebbero sganciato nessuna bomba (Nota 19).

Al porto di Novorossijsk prima furono scaricati i soldati feriti, mentre noi restammo chiusi nella stiva. Poi, sempre scortati dalle guardie armate, vennero trasbordati gli italiani. Anche durante lo sbarco vedemmo gli aerei volanti basso, ma non ne avemmo più paura. Ma quando tutti furono scaricati dalla chiatta e vennero saliti nei sporchi vagoni per i bestiami di un treno merci, all’improvviso gli stessi aerei ebbero distrutto la chiatta già vuota con bombardamento. Fu stato sotto gli occhi di noi.

Nei carri pieni zeppi avemmo trascorso qualche settimana. Nei primi giorni fummo così stretti che non fu possibile sdraiarsi o sgranchire i membri, fu difficile anche muoversi e respirarsi. Poi fu stato più spazioso, ma per la causa orribile: i soldati buttarono fuori i cadaveri dei nostri connazionali, dai bimbi ai vecchi, morti del fame e delle malattie (Nota 20).

Primi giorni non ci diedero da mangiare, poi ricevemmo una razione scarsa una volta al giorno, quasi ogni giorno. Insomma fummo tenuti a stecchetto durante tutto il viaggio.

Una volta al giorno il treno fermò in mezzo a un campo e la gente scese per i bisogni corporali. Tutti insieme all’aperto, uomini, donne e bambini. Prima mi vergognai tormentosamente e chiesi la mamma di ripararmi, ma fra qualche giorno gli strazi sopraffece l’ imbarazzo. Le guardie ci guardarono e risero. Sentii parlare “Sono come le bestie!”. E fu vero. Non ci comportammo come gli esseri umani, poiché volemmo restare vivi nelle condizioni disumane.

Arrivati a Bacù (Nota 21), fummo messi in schiera e scortati da guardia per le strade della città. I pedoni si fermarono e ci osservarono: qualcuno con compassione, gli altri con spavento e odio. Ricordo come una donna domandò al soldato: “Chi sono?”. “Fascisti” –ribattè. “Ma d’aspetto sono come noi”, mormorò la donna pensosamente. Noi stemmo taciturni.

A Bacù furono già qualche migliaia di deportati dalle diverse parti dell’Unione Sovietica, non solo Italiani, ma anche Tedeschi. Fummo sistemati nei baracchi di un transito campo di concentramento dove per la prima volta dopo qualche settimana potemmo lavarci in modo quasi normale (Nota 22).

A bordo del piroscafo “Uzbekistan” traversammo il Caspio. Ci fecero scendere nella cittadina di Krasnovodsk (Nota 23). Lì rimanemmo per quasi una settimana in aspetto di un treno. Fummo sistemati in una vecchia baracca vicino al mare.

Nella località mancò l’acqua dolce, e la gente, già esausta del viaggio coercitivo, malattie, freddo e fame, sofferse molto di sete. Soprattutto patirono dei piccoli. Ci diedero i pesci salati e il tormento aumentò. E il mare fu sempre bene in vista, una forte tentazione. Qualche bambino contro il divieto di genitori ebbe bevuto l’acqua salata del mare, alcuni morirono.

Due volte i soldati portarono per i centinaia dei deportati una botte d’ acqua potabile. La prima volta nostro padre non fu riuscito a ricevere almeno un goccio, per la ressa. La seconda volta portò un misero barratolo (Nota 24) per tutta la famiglia.

Poi andammo nei vagoni da bestiame in Kazakistan settentrionale. Questa volta il viaggio durò più di un mese intero. Poi alle diverse stazioni sganciarono ora l’ uno, ora l’altro vagone. Il nostro vagone fu sganciato uno dei ultimi, ad Aralsk (Nota 25). Là fece quarantadue gradi sotto zero. Noi fummo nei cappotti poco caldi, adatti solo per la Crimea. Avemmo subito molto freddo, i volti di tutti fu stati bianchi dal gelo, ce li sfregammo sempre per non riportare geloni e morire assiderati. Io non ebbi delle manopole, mia madre si smise i calzini e me le mise sulle mani.

Ci fummo sistemati tutti (Nota 26) in una grande camera dove fu una stufa. Durante il viaggio ci diedero raramente scarso cibo, ma qui non avemmo proprio niente da mangiare. Alcune famiglie che ebbero dell’oro lo cambiano in pane. Quando lo stettero mangiando la mamma ci portava a guardare nella finestra e raccontava le fiabe per sviare l’attenzione dei minori. Nostro padre a quel tempo pesò quarantotto chili, ma fu preso ai lavori sforzati di Trudarmia (Nota 27). Poco dopo cominciarono a sistemare le famiglie. Noi con la mamma venimmo a trovarci fuori città sulla riva del mar Aral vicino alla steppa sconfinata. Ci fu una vecchissima baracca nera di assi marce con le fessure larghe almeno un dito, ma senza le finestre. Fu lunga, traversata da un corridoio, da ambedue i lati ci furono stanzucce, tutte senza la porte tranne l’ultima a sinistra. Essendo gli unici abitanti, scegliemmo, ovviamente, questa stanzuccia con la porta. Fu già la sera, non abbiamo luce né fuoco, allora la mamma in fretta ficcò le fessure più larghe e dopo la preghiera ci coricammo vestiti sul pavimento di terra. Strettici l’uno all’altro a poco a poco ci riscaldammo, ma dormì solo la sorellina minore. In quella località i venti soffiarono quasi sempre, ma di notte oltre l’ululato di vento sentimmo quello dei lupi e anche videmmo attraverso le fessure i loro occhi come lumicini verdastri. Sull’alba la mamma uscì e tornò con i cerini e un po’ di cibo. Accendiamo il falò usando come legna schegge di tramezzi di baracca (Nota 28). Dopo la scarsa colazione la mamma fece il bucato, senza l’acqua usò la neve, e noi lavorammo tutto il giorno a ficcare le fessure con i stracci, erbe, muschio e anche neve. Fu stato più caldo e meno spaventosamente.

Poi ci rilasciarono delle tessere alimentari con le quale ricevemmo un po’ di pane. Ma le porzioni furono così misere, che non bastarono neanche ai piccoli. La sorellina ripeté spesso: “Voglio una crosta di pane così grande” e allargò le braccia (Nota 29). La mamma disse che non avesse fame e dette spesso il suo pane ai minori. Studiammo a trovare sotto la neve le erbe e le bulbe eduli dei tulipani selvaggi. Di solito andammo a cercarli insieme con gli altri bambini e ragazzi italiani, ci aiutammo e facemmo molto amicizia, a differenza degli adulti. Queste bulbe furono dolciastre e nutrienti e salvarono molte famiglie italiane dalla fame. Purtroppo quando cominciano a crescere diventano velenosi (Nota 30).

Dalla fame la mamma fu stata molto debole e si ammallò. L’ebbero presa in ospedale ma non curarono. Stette a letto e quando noi venimmo a trovarla e gridammo sotto la finestra “Mamma, mammina!”, non potè rispondere né alzare la testa. Gli addetti all’ospedale ci dissero che la mamma stesse per morire e ci scacciarono, ma noi tornammo a stare in lacrime sotto la finestra della sua corsia. Una volta ci videro piangere due uomini in uniforme militare ed ebbero pietà. Fecero curare e nutrire la madre, prendere il fratello e la sorella in una sorte di asilo nido, poi guardarono la nostra misera dimora e lo stesso giorno ricevemmo una camera in edificio di pietra, senza le fessure. Qui abitarono le famiglie dei contadini russi deportati anni fa, avevano già orticelli e ci diedero da mangiare mentre la mamma fu in ospedale. Grazie a tutte queste persone la mamma rimanè viva e noi non capitammo in orfanotrofio. Purtroppo non so chi fossero.

Di solito fu io a prendere il pane con le tessere alimentari della famiglia. Una volta vidi che oltre il pane ci furono biscotti li ho presi invece di pane per tutte le nostre tessere. I piccoli furono felici, ebbero dimenticato il gusto di dolce, ma dei vicini di casa mi rimproverarono che in mancanza del pane i biscotti fossero di lusso inammissibile. Ma non fui che una semplice ragazzina di dodici anni.

Un’altra volta, quando la mamma fu già a casa, persi le tessere. Per fortuna fu stato alla fine del mese e dal primo ricevemmo le nuove.

Il terzo mio “crimine” fu stato quando tornando a casa con le nostre razioni magre mi feci così pensosa che cominciai a spiluzzicare le bricciole del pane e a mettermele in bocca. Me lo accorsi solo quando ebbi mangiato una metà. Con pianto e vergogna tornai a casa, ma la mamma non mi rimproverò, solo tirò un sospiro e divise il pane rimasto tra i piccoli. E la mamma quel giorno non mangiò.

Per qualche anno non frequentai la scuola. Quando ritornò il padre riuscii a riprendere gli studi. La mamma seppe cucire bene, e così guadagnava un po’. Di solito rifece gli abiti dei adulti per i loro figli cresciuti. La nonna e le mie zie deportate in altri luoghi di Kazakistan riuscirono ad avere il permesso (Nota 31) di venire con i loro figli (cioè i miei cugini) da noi ed abitammo tutti nella stessa camera. Fu stretta, ma insieme ci sentimmo più sicuri. I bambini anche semi affamati, cantarono e giocarono.

Un giorno il padre ricevette il permesso di andare con noi in un luogo vicino Akmolinsk (Nota 32) dove trovò il lavoro. Ricordo una scena: alla stazione il padre mi spedì a prendere l’acqua bollente. Tornando sentii una conversazione di due donne. Parlarono della mia famiglia: “Guarda, come possono i genitori tanto vecchi e brutti avere i figli tanto belli!” “Probabilmente sono i nonni”. Io osservai per la prima volta con attenzione i miei mamma e papà, seduti immobili sul banco. Non ebbero più di quarant’anni, ma davvero sembrarono vecchi e stanchi. Sentii un gran dolore e compassione. Ma quando ora ricordo tutto, credo che fummo molto fortunati: sopravvissuti la strage, fame, freddo, malattie, non avemmo perso nessuna persona, fummo rimasti tutti sani e salvi. Pare un miracolo! Alcune famiglie che furono con noi nei stessi vagoni per animali, non esistono più, tutti i loro membri sono morti.

Quando fra anni riuscimmo a tornare a Kerc, le nostre case furono occupate da estranei e noi non abbiamo nessun diritto (Nota 33). Anche il terreno comprato dal nostro bisnonno (Nota 34) in cimitero fu occupato di tombe altrui. Il padre costruì una piccola casa al luogo libero. Mentre costruiva, disinnescò qualche mina. Fummo i primi ritornati della nostra famiglia, allora tutti i parenti vissero prima da noi.

A poco a poco la vita si è migliorata. Io ho lavorato tutta la vita come contabile, ora sono in pensione. Sono vedova, ho una figlia e due nipoti. La figlia fa insegnante di lingue straniere, i nipoti studiano all’università. I miei genitori, il fratello e la sorella sono morti.

Da quattordici anni (Nota 35) abbiamo a Kerc un’Associazione italiana. É restituita ai fedeli la chiesa cattolica. Purtroppo, gli italiani di Crimea non sono riconosciuti ancora ufficialmente come deportati per la nazionalità e restano privati dai molti diritti. Si dice che siamo troppo pochi. Davvero, a Kerc ora non ci sono più di trecento persone di origine italiana (Nota 36). A Feodosia secondo l’ultimo censimento di popolazione non c’è più nessuna anima viva italiana, solo il nome di una strada centrale fa ricordare che i nostri connazionali là furono assai numerosi. Anche ad Odessa gli italiani sono spariti.

Qualche famiglia abita in altri luoghi d’Ucraina, in Russia, Kazakistan, Usbekistan ecc. Mi dispiace, ma pare neanche l’Italia s’interessa di noi. Non esistiamo per i nostri connazionali e compatrioti, mi dispiace. Forse ha ragione mia figlia quando dice che solo qui per i russi e gli ucraini siamo italiani, per gli italiani d’Italia siamo russi?”.


VIII. Giulia Boico

“All’inizio della guerra, in agosto o settembre 1941, a Kerc fu organizzata una squadra della milizia popolare un po’ speciale. Questa squadra fu formata quasi completamente dai ragazzi (da 15 anni appena compiuti in su) delle famiglie “sospette” (maggiormente per i motivi della nazionalità, Tedeschi ed Italiani), i quali non prendevano in Armata Rossa neanche come volontari, solo in questa “milizia”. Si sa che questa squadra fu armata molto male: un fucile e due bombe a mano per ogni quattro (!) “soldati” (Domanda: E cosa deve fare quel “quarto”, disarmato? Risposta: Deve aspettare la morte del compagno, prendere la sua arma e tirare. –Ho sentito con le mie proprie orecchie).

Non furono addestrati, molti non sapevano neanche tirare. Ma li hanno presi in leva, mandati a Perecop (l’estremità settentrionale della Crimea) e qui, presso il lago Sivash, al terzo giorno dopo la partenza sono stati costretti a combattere contro i carri armati tedeschi!!! Morirono quasi tutti. Fu un vero massacro.

La cosa più terribile è che non potevano neanche ritirarsi, perché sarebbero stati fucilati tutti come “disertori”. Allora, questi ragazzi ebbero una sola scelta: morire “con gloria” dai tedeschi o “con infamia” dai sovietici.

In questa “milizia popolare” fu anche un mio prozio Elio, il fratello minore di mia nonna, e molti suoi amici delle famiglie italiane. Sono morti tutti. E solo dopo molti anni mia nonna ha parlato con un sopravvissuto, forse l’unico, di cui non so quasi niente: fu gravemente ferito, perse i sensi e fu prigioniero. Diceva che fosse un atto di annientamento, che l’autorità CONSAPEVOLMENTE avesse gettato questa squadra quasi disarmata contro i carri armati. E che i ragazzi, anche loro consapevolmente, fossero andati a farsi uccidere per le loro famiglie, avessero sacrificato la vita per convincere le autorità: “non siamo fascisti, siamo pronti a difendere questo Paese” –o, secondo le parole dei giornali d’epoca, “lavare la colpa (?) con il proprio sangue”.

Secondo i racconti di mia nonna, suo fratellino sentiva che presto sarebbe morto. Aveva diciassette anni appena compiuti”.

“Oggi (4 febbraio 2006) ho visto una breve trasmissione televisiva da Kiev sulla deportazione dei Tartari di Crimea in Uzbekistan, in cui per la prima volta ho sentito menzionare anche la deportazione degli Italiani di Crimea (di consueto solo i Tedeschi deportati ci menzionano, probabilmente perché la presidente dell’Associazione tedesca, Tatiana Galkina, è la figlia di un tedesco e di una italiana, ambedue deportati e incontratisi nel luogo d’esilio). Una sola frase, ma sono lieta, lietissima di questo piccolo passo”.

Reverendissima Signora Ambasciatrice (è la prima lettera scritta da Giulia Boico all’Ambasciatrice d’Italia in Ucraina; Giulia non ebbe mai risposta sebbene alcune lettere siano state consegnate personalmente nelle mani di Jolanda Brunetti da Giulio Vignoli. Il lettore vorrà gentilmente notare come l’italiano di Giulia progressivamente migliori col passare del tempo).

“Reverendissima Signora Ambasciatrice,

vorrei scriverLe della storia di una piccola comunità dei Suoi connazionali, residenta a Kerch. Purtroppo, non La conosciamo ancora in persona, allora vorrei descrivere brevemente la nostra storia.

Siamo discendenti degli emigrati italiani (soprattutto pugliesi), chiamati dagli zar per le capacità professionali come esperti in agricoltura, in cantieristica navale ed in navigazione. Furono arrivati in Crimea dal 1830 circa alla fine del secolo diciannovesimo ed ebbero la cittadinanza doppia dell’Italia e della Russia. Gli uni si dedicarono alla coltivazione dei giardini, orti e vigne, gli altri con le proprie navi trasportarono le merci lungo i porti del mar Nero e d’Azov o lavorarono nel porto di Kerch come capitani, piloti e carpentieri. Furono aperti scuola elementare e asilo infantile italiani, club culturale, cooperativa agricola con duemila lavoratori italiani. Fu costruita in centro della città a spese offerte una chiesa cattolica dedicata alla Madonna.

La minoranza italiana qui fu rispettabile ed abbastanza influente: 1/8 dei funzionari eletti della città furono i nostri connazionali. Ma dopo la rivoluzione d’ottobre 1917 la situazione cambiò e già dal 1937 per gli italiani di Crimea incominciarono le repressioni crudeli. Molti uomini furono arrestati e condannati, dopo le torture, alla morte oppure ai lavori forzati nel “gulag”. La loro nazionalità fu la loro unica colpa. Alcune famiglie riuscirono a ritornare in Italia, le altre furono costrette ad accettare la cittadinanza sovietica.

Il 29 gennaio tutti “colpevoli di essere italiani” (soprattutto bambini, donne ed anziani) furono deportati nei regioni settentrionali di Kazakhstan e Siberia, dove morirono a centinaia di freddo, fame, malattie e stenti.

Anche quando il periodo più terribile fu finito, alle vittime della ferocia stalinista non erano restituiti tutti i diritti legittimi. E fino ad ora alcune famiglie non possono ritornare dall’esilio. Poi, quando l’Unione Sovietica non esisteva più e Crimea è stata una parte della Ucraina indipendente, noi (trecento persone circa) siamo riuniti in una associazione per non dimenticare la nostra origine e le nostre vittime, recuperare la lingua nativa, riannodare le relazioni con l’Italia, ricostruire la nostra chiesa cattolica e per difendere insieme i propri diritti e la memoria dei periti.

Ma, purtroppo, il governo ucraino non ha riconosciuto ufficialmente il fatto di deportazione degli italiani di Crimea, allora alcune famiglie fino ad ora non riescono a tornare dall’esilio. I nostri anziani, superstiti dalla strage, stentano la vita, non hanno nessun indennizzo a differenza dei altri exdeportati, come, per esempio, tartari o tedeschi. Per la nostra associazione è molto difficile ottenere qualsiasi concessione e aiuto. Ma noi non perdiamo la speranza, impariamo diligentemente l’italiano e, con l’aiuto di Dio, lavoriamo insieme per eternare la memoria delle vittime.

Con rispetto e gratitudine

P.S. Chiedo scusa se ho fatto sbagli. Mi dispiace, ma non conosco ancora l’italiano abbastanza bene”.

“Kerc, gennaio 2004

Gentilissima e Reverendissima signora Ambasciatrice!

La prego perché è non solo una persona di responsabilità, ma anche donna che sa compassionare. Aiuti, per l’amor di Dio, la nostra piccola, debole e passiva minoranza italiana in Ucraina di ricevere lo status ufficiale del popolo deportato. E’ necessario non solo per pochi superstiti ancora vivi, ma per la memoria dei morti. E può darsi risolva numerosi problemi. Capisco bene, molti di noi siamo figli delle famiglie miste: allora, forse, non siamo considerati come italiani veri? Ma quelle nostre vittime furono Italiani senza dubbi”.

“da anni scrivo regolarmente all’Ambasciata (dell’Italia a Kiev) non solo per fare auguri in occasione di Natale e della Festa nazionale, ma anche per domandare o proporre qualcosa. E non ho ricevuto mai una risposta. Questo Natale (del 2003), che meraviglia, è venuta una risposta inaspettata. E’ una piccola cartolina con una frase di auguri in inglese (non so proprio perché; l’Ambasciata che presenta l’Italia non usa la bellissima e gloriosa lingua di Dante?) stampata in modo tipografico, ma firmata a mano dall’Ambasciatrice”.

(Quest’anno -2007- Giulia Boico ha ricevuto in risposta un biglietto in inglese con aggiunta una frase in italiano scritta a mano: “Ringraziamo per gli auguri”. E’ già un progresso…).

Carissimo Giulio (Stralci di lettere di Giulia Boico a Giulio Vignoli).

“Kerch, 16-21.06.2001

Carissimo Giulio,

…………………………………………………………………………………………………………

Sì, io sono sicura che nel 1938 e anche poi alcuni di noi conservavano ancora la cittadinanza dell’Italia (Nota 37). Poco fa la signora Eugenia Bassi stando in ricerca nell’archivio di Simferopoli, ha trovato un elenco degli abitanti di Kerch i quali avevano la cittadinanza straniera (cioè non sovietica) in ottobre 1941. Ci sono elencati anche i cognomi di persone con la cittadinanza italiana.

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Sì la rispettabile Ambasciatrice ha ragione dicendo che ai deportati dai comunisti non sono stabiliti indennizzi. E’ vero, ma noi non chiediamo dei soldi, ma dei diritti. Durante le repressioni le nostre famiglie hanno perso non solo le case e tutto il patrimonio, ma anche le cose molto più importanti: la speranza, la salute e la vita dei nostri cari, dai figli ai vecchissimi. Tutta la strada da Kerch a Kazakistan a destra e a sinistra è irrigata di lacrime e del sangue dei deportati e costellata dei nostri morti. Non hanno né bare né tombe, né croci, né monumenti e noi non sappiamo precisamente i luoghi dove sono seppelliti per almeno mettere i fiori. Chi e come può ricompensare tutte queste vittime? Solo Dio misericordioso. Ma noi non possiamo e non dobbiamo dimenticare i dolori e le sofferenze del nostro popolo.

…………………………………………………………………………………………………………

Le famiglie di Giovanni Giacchetti, di Lora Scoccimarro, di Silvia Nenno, di Leonardo Bassi

di Pietro Pergalo, lasciando il Kazakistan non sono riusciti a ritornare come volevano in città da dove erano deportati, perché in tempo sovietico c’era un divieto e ci voleva un permesso speciale. Adesso non è vietato ritornare, ma per ricevere la cittadinanza dell’Ucraina indipendente gli italiani di Kazakistan, di Uzbekistan, di Russia, ecc., non hanno a differenza degli altri ex deportati un diritto di prelazione. Allora, prima di riceverla dovrebbero, secondo una legge, per 5 anni abitare in Ucraina come stranieri, cioè senza la cittadinanza e senza “propiska” (è l’iscrizione all’anagrafe, oppure il permesso di soggiorno in quella o questa città). Ma non avendo “propiska” non potrebbero né trovare un lavoro, né ricevere la pensione, né iscrivere i figli a scuola, né prendere un appuntamento per la visita medica. In questo Paese chi non ha “propiska”, non ha neanche diritti. E come vivere così? Chiedere l’elemosina? Dunque non è vietato, ma è quasi impossibile senza lo status giuridico dei deportati per la nostra minoranza.

…………………………………………………………………………………………………………

Allora, richiediamo lo status giuridico dei deportati per: A) stabilire la Verità e la Giustizia, eternare la memoria delle vittime. B) concedere almeno ai nostri ancora vivi anziani superstiti dalla strage tutte le facilitazioni e tutti i diritti come alle altre minoranze. C) dare a tutti gli ex-deportati e ai loro discendenti desiderosi, la possibilità di ricevere in modo preferenziale la cittadinanza per ritornare.

Sì sono pienamente sicura che il fatto della nostra deportazione non è fino ad ora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina. Molti membri della nostra Comunità hanno sentito dai funzionari le frasi: “La deportazione d’italiani non c’è stata”. “Qual’è il numero dell’ordine secondo cui eravate deportati?”. “Non dite bugie”, oppure “Tutti gli italiani vivono in Italia”.” Forse i vostri documenti sono falsi”. Anch’io le ho sentite. Pietro Pergalo visitava il Comitato degli affari dei popoli deportati (questi comitati ci sono in tutte le città di Crimea) per consultarsi come può ritornare dall’esilio con la famiglia (il padre e il fratello maggiore). Pietro ha ricevuto un rifiuto: “Gli italiani non sono menzionati nell’elenco ufficiale. Allora non avete i diritti”.

E’ vero, c’è un elenco ufficiale dei popoli deportati dal territorio ucraino: Tartari, Tedeschi, Bulgari, Armeni e Greci. Questo elenco si può sentire spesso alla radio, soprattutto il 18 Maggio, nel Giorno della memoria dei deportati. Questi popoli hanno il sostegno del governo ucraino. I Tartari ricevono ancora l’aiuto della Turchia, i Tedeschi della Germania. Si dice che anche i Greci riceveranno fra poco l’aiuto della loro Madrepatria. Molti anziani Tartari e Tedeschi ricordano la deportazione degli Italiani, ma il governo non ci crede”.

“Kerch, 31.05-2.06

Carissimo e gentilissimo Signor Giulio,

…………………………………………………………………………………………………………

1. L’aspetto giuridico. Tutte le azioni inique devono essere riconosciute, biasimate e condannate. Se il Governo ucraino conferma i fatti delle repressioni di altri popoli, deve confermare i fatti delle repressioni degli italiani. E tutti i superstiti dovrebbero godere dei diritti uguali. Ma i sinistrati di origine italiana non li hanno. Lo Stato finanzia un programma di ritorno per i deportati, possono ricuperare presto la cittadinanza. Ma gli italiani non hanno lo status ufficiale, allora riescono a ritornare solo a proprio costo, aspettando la cittadinanza per 5 anni.

2. L’aspetto morale. Le vittime innocenti meritano la memoria eterna. Le altre minoranze fanno con il permesso dello Stato e con l’aiuto degli enti assistenziali, le lapidi commemorative. Ma noi non possiamo erigerle per la memoria dei nostri morti, molti dei quali non hanno neanche una tomba. Il diciotto maggio è celebrato il Giorno di lutto alla memoria di tutte le minoranze deportate. Ma le sofferenze degli italiani non sono perfino menzionate. Non coviamo rancore, ma non c’è perdono se non ci sono confessione e pentimento”.

3. L’aspetto materiale. Forse il signor Grach (già presidente del Consiglio dei Ministri di Crimea) è un riccone e non ha bisogno dei soldi, sono superflui. Ma ai viventi nelle ristrettezze servirebbero anche poche grivne (monete ucraine) da pagare i biglietti per l’autobus o da comprare qualche medicina o pasta. Quasi tutti pescano o coltivano le verdure per non patire la fame”.

“Kerc, 27 novembre 2005

Carissimo Giulio,

…che bel giorno oggi, mi porta tante buone notizie! Ho ricevuto un messaggio di Margherita Belgiojoso (giornalista italiana che risiede a Mosca). Scrive: “Ho pensato di mandarle questo articolo apparso sul “Corriere del Mezzogiorno” (giornale di Bari. L’articolo è di Marco Brando ed è stato pubblicato l’11 novembre 2005) in cui si parla della vostra comunità e di una lapide che il Comune di Milano ha messo alla memoria dei Caduti italiani di Kerc”. Credo sia la prima lapide al mondo dedicata alle nostre vittime. Non hanno una tomba, ma ora c’è un posto dove deporre qualche fiore, e si trova proprio in Italia, sulla terra del loro cuore, ma così lontano dalla terra della loro strage”. (La Giunta comunale di Milano ha deliberato che il Parco Valsesia sia intitolato “Alla memoria delle vittime italiane dei gulag”, con apposizione di una lapide a ricordo della loro tragedia. La lapide recita: “Milano ricorda i mille italiani, esuli antifascisti, emigrati nella speranza di un mondo migliore, membri della comunità italiana in Crimea, che furono perseguitati in Unione Sovietica, privati della libertà, deportati nei gulag o fucilati negli anni dello stalinismo”. E’ stata inaugurata il 10 novembre 2005).


IX. Le memorie del signor Anatolij De Martino (Cernjavskij Anatolij Nikolaevich)

Kerc, anno 2006. (Le parti tra parentesi sono di Giulia Boico).

Il nome vero (probabilmente il nome del battesimo) del signor De Martino è Natale e il padre non lo chiamava mai Anatolij, ma Natalino, però nei documenti risulta come Anatolij perché è il nome maschile russo con il suono più simile (Natalino – Anatolij). In russo esiste solo il nome femminile Natalia. De Martino insegna matematica in una scuola media. Quando la famiglia fu deportata con tutti gli Italiani, Anatolij aveva 6 anni appena compiuti.

“ …E biancheggiano le ossa italiane

nelle steppe rigide di Kazakstan.

(da una poesia scritta da A. N. De Martino)

Oggi è il 26 luglio 2006. 63 anni fa mio padre, Nicola Pasqualovich (figlio di Pasquale , è il patronimico) De Martino, fu ucciso in Kazakstan, in villaggio Krasnaja Poljana (Radura Rossa) del kolkoz “Primo Maggio” della provincia di Atbassar del regione di Akmolinsk.

Dei ricordi dolorosi, i strazianti ricordi di mia madre, ricordi dei rigidi anni dell’esilio, ne serbo vivi come un quadro nitido.

Madre mia, Daria Aleksandrovna (figlia di Alessandro) De Martino (Cernjavskaja D.A.), russa, fu sposa di Nikolaj Pasqualovich De Martino.

La mamma fu orfana (Snitko Daria Aleksandrovna), adottata da un ufficiale dell’Esercito di zar di cognome Cernjavskij, che 1913 la fu iscritta al Ginnasio di istruzione generale per le ragazze di Kerc (l’odierna scuola numero 3, intitolata allo scrittore Korolenko). Nell’anno 1920 terminò il ginnasio e ottenne una medaglia d’oro per l'ottimo studio. Dopo che aveva continuato a studiare fece la maestra della scuola elementare.

Il padre lavorò in un stabilimento di riparazione delle navi. Ebbe una sorella di nome Nina e un fratello di nome Anton. La zia Nina si fu sposata con un italiano, Nicola Croce.

La nostra famiglia si fu stabilita all’indirizzo via Pervaja Agimuskajskaja, 2. Prima questa casa era appartenuta a un greco di cognome Torobochio, che ritornando in Grecia l’ebbe venduta. Il padre la comprò nel 1928 da una società per azioni e la registrò a mia madre per le sue buone ragioni.

Il passato di mio padre, lo conosco pochissimo. Dalle conversazioni con mia madre (Nota 38), mi è venuto a sapere che mio nonno paterno avesse fatto capitano di lungo corso ed il padre ereditò un bel patrimonio. Per questo fu capace d’acquistare l’edificio con un terreno di 8304,43 m2 per 2200 rubli d’oro. Fummo molto ricchi, e l’NKVD lo seppe benissimo(Nota 39).

Nell’anno 1937 il padre fu arrestato senza qualche spiegazione e nella casa fu fatta una perquisizione, l’oro e gli oggetti di valore furono presi.

Fu necessario salvare il padre che subì, ovviamente, un trattamento disumano (Nota 40). La mamma riuscì a strapparlo dalle mani dalla presa salda di NKVD, per questo le servirono l’oro e delle cose preziose che furono occultate.

La salute del padre scosse gravemente. Fu molto cambiato esteriormente, diventò chiuso di carattere. Ancora prima il nostro terreno (giardino) fu notevolmente tagliato.

Cominciò l’anno 1941. Il padre, come prima, andava al lavoro, tornava tardi. In novembre 1941 la città è stata occupata dalle truppe tedesche. Per ripararsi dai bombardamenti quasi tutti gli abitanti si nascondevano nelle cave di pietra di Bulganak e di Agimuskaj. Nelle catacombe si presentava un quadro terribile. La gente si trovava lungo i muri delle gallerie, nello stesso luogo apparecchiavano le vacche e le pecore macellate, cuocevano la loro carne con dei fornelli a petrolio, la mettevano nelle scatole e la coprivano con il grasso strutto. L’aria era piena della insopportabile puzza di bruciaticcio e del petrolio.

Attorno alla città nella steppa vagarono, cercando da bere, migliaia degli animali abbandonati, radunati dai vari kolkoz di Crimea per trasportarli a Kuban’ (Nota 41). Il muggito delle vacche, il belato delle pecore davano l’impressione opprimente. Ci fu caos.

Una volta al buio siamo usciti con la mamma dalle cave e ci siamo avviati verso la casa per reintegrare le scorte di viveri. Dalla cima della collina si videva Kerc in fiamme. Camminavamo nascondendoci tra le vacche, ma un soldato tedesco ci ha notati. Accesa una lampadina tascabile, lui chiede i nostri documenti. La luce della lampadina è scorsa sul mio viso, e io mi sono stretto fortemente alla mamma. La madre si è messa a spiegargli qualcosa tranquillamente in tedesco. Cambiato in viso il soldato ha lasciato passare non guardando il passaporto, anche ha indicato una via meno pericolosa.

Rimanevamo nelle catacombe mentre Kerc era occupata dai nemici. Dopo la liberazione della città nel dicembre 1941 la gente è tornata dalle catacombe in case.

Ho tre sorelle: Teresa è la primogenita figlia, la seconda è Nina e la terza è Rosa. Io sono il più piccolo, l’attesissimo figlio maschio. Quanta gioia provò il padre per la mia nascita! E ogni anno i genitori sfarzosamente festeggiavano il mio compleanno (il 28 gennaio, è nato nel 1936). Il padre invitava italiani, compagni di lavoro e vicini. La mamma voleva molto bene agli italiani e cercava d’imparare l’italiano perfettamente.

E la mattina del 28 gennaio 1942 i genitori stavano organizzando la festa per il mio sesto compleanno, quando sono entrati degli uomini armati, probabilmente i soldati di NKVD, e senza nessun spiegazione hanno ordinato di prepararci per partire entro due ore e non prendere più di qualche chilo di roba a testa (il signor De Martino non ricorda la quantità dei chili permessi, ma smentisce l’informazione che possano essere stati cinquanta chili di roba per persona; in realtà erano permessi non più di dieci chili, anzi meno). Uno di loro ha detto, che ci mandino per poco e nei luoghi caldi. Alle domande di padre ripetevano solo che ci diano due ore per i preparativi per il viaggio.

Essendo provvisti degli elenchi delle famiglie, hanno fatto il giro di tutte le case degli italiani, senza eccezione. In quel momento non c’erano degli italiani dimenticati: sui elenchi figuravamo noi tutti, dai bimbi neonati ai vecchi.

Eravamo scortati dai soldati al luogo del raduno a Kamysh Burun (Nota 42), dove c’era molta gente impaurita. Si sentivano singhiozzi laceranti e strilli, alcuni stavano cercando qualcuno in folla, altri alzavano gridi di maledizione. Alle guardie in uniforme militari rivolgevano tante domande e richieste, ma quelle non rispondevano niente a nessuno.

Abbiamo passato la notte in un edificio grigio. La mattina del 29 gennaio è cominciato l’imbarco sulle navi. La prima nave è stata distrutta dagli aerei tedeschi. Là sono morti l’amica migliore della mamma (avevano frequentato insieme il ginnasio) e un amico italiano del padre. Prima dell’imbarco congedandosi dall’amico aveva concertato per vedersi sulla riva opposta (Nota 43).

E solo per una fortunata eventualità non siamo stati anche noi su quella nave naufraga. Il padre stava per salire con noi, ma siamo stati fermati da un soldato il quale ha detto che la nave sia sovraccaricata.

Siamo partiti con la seconda nave. Appena si è allontanata un po’ dalla riva sono apparsi gli aerei tedeschi. Siamo stati spinti dalla stiva sul ponte per far vedere che c’è la gente civile. Tante volte gli aerei si avvicinavano, giravano sopra la nave e volavano via. Li guardavamo con spavento e implorazione, aspettando ogni volta la morte. Ma nessuna bomba è stata sganciata. Custoditi così dal Signore siamo arrivati a Novorossijsk dove siamo rimasti per qualche giorno. Dove i genitori trovavano della scarsa alimentazione, non lo so.

Con il treno ci hanno mandati a Bacù, e poi a Krasnovodsk. Quella ultima città mi è impressa nella mente per sempre. Il padre ha portato del misero vitto: pochi pesci salati. Dopo averli mangiati, abbiamo chiesto dell’acqua, ma non c’era. Il padre è andato a cercare qualcosa da bere ed ha portato un piccolo vaso d’acqua che invece di appagare la sete l’ha inasprita di più. Era amara e salata, con il sapore di marcio e il puzzo nauseante. Non so quanto tempo abbiamo passato in questa città.

Poi nei vagoni bestiame siamo partiti per l’esilio ignoto. La gente triste ed impaurita, che sorte t’avrebbe aspettato? E chi era quel regista che dirigeva la vita di migliaia di persone? Era inutile rivolgere qualche domanda ai soldati che convogliavano il treno.

Il viaggio è stato lungo e tormentoso. Il vagone era pieno zeppo. La porta si apriva solo un pochino. L’aria fresca entrava attraverso un piccolo orifizio in parte superiore del vagone. In un angolo del vagone mio padre e un altro uomo hanno fatto un foro che serviva da toilette (Nota 44). L’hanno separato con una coperta.

La gente si scambiava le congetture e supposizioni. Correva la voce che siamo portati su Urali. La situazione di giorno in giorno diventava più insopportabile.

Nel nostro vagone c’era un’italiana Maria Spartak (Nota 45) con un figlio adulto di nome Bruno. Una volta durante una sosta del treno quest’ultimo si è indignato con tutta la impetuosità della indole italiana per le condizioni disumane. E subito è stato portato via dai soldati di scorta. E poi a tutte le soste (Nota 46). Maria Spartak cercava di afferrare per il braccio un soldato di scorta, si gettava in ginocchia e piangendo a dirotto l’implorava: “Mi renda, mi faccia tornare l’unico figlio!”. Che cosa poteva risponderle? Ovviamente i soldati hanno avuto un ordine di non parlare con i prigionieri dei vagoni. Non posso dimenticare questa donna dibattersi in una crisi isterica, dimenarsi in vagone, gridare e mandare maledizioni a quelli che le hanno tolto il figlio. “Dov’è mio Bruno? Ridatemi mio figlio! Bruno, ragazzo mio, Bruno!”. Si dicevano che Maria fosse uscita di senno dal dolore. E anche lei è stata portata via. E’ finita così tragicamente la storia di una famiglia italiana. E quante altre tragedie c’erano? E di tutti questi singoli tormenti personali si compone la tragedia del popolo italiano, che non aveva fatto niente contro lo Stato.

Si dice che Maria Spartak sia stata comunista in Italia. E quando il Mussolini fu avvenuto al potere Maria abbandonò la patria e arrivò a Kerc. Insieme a lei arrivò anche un italiano nominato da tutti Siren’ (Nota 47) (probabilmente sono i loro pseudonimi, nomi di battaglia) (Nota 48). Venuti a Kerc, la città li incontrò con striscioni, fu tenuto un comizio speciale (Nota 49). Dall’inizio furono attorniati di riguardo e di attenzioni.

Il treno si muoveva ora a Nord, ora a Sud.

Una stufetta provvisoria non poteva riscaldare il vagone. L’accendevano con carbone o legna da ardere che gli uomini procuravano durante le soste. Ma in vagone faceva freddo, e le donne scaldavano bambini con il calore dei propri corpi.

E’ venuto il mese di marzo. La gente ha indovinato che siamo sul territorio di Kazakstan. Una sera il treno è fermato su una piccola stazione chiamata Atbasar.

Si è sentito gridare l’ordine: “Siete arrivati. Scendete!”. Tirava il vento freddo, il gelo era terribile. Sotto le suole scricchiolava la neve. La gente aborigena passava senza fermarsi. Tutti in pellicce e stivali di feltro duro, guardavano sprezzantemente i nostri vestiti leggeri, fuori stagione.

Le donne imbacuccavano i bambini con tutto quello che avevano (Nota 50). Il gelo, come si dice, correva per le ossa. Qualcuno ha consigliato di non restare fermi, ma muoversi, saltare per non farsi di gelo e non intirizzirsi. Il padre è andato via da qualche parte, e quando è ritornato ci ha presi e ci ha portati verso un edificio dove c’era qualche slitta.

Siamo saliti nella slitta, ci hanno coperti di paglia e di coperte. C’erano ancora altre slitte. Il padre seduto dietro parlava con il Croce, marito di sua sorella. Anche la sorella del padre Nina con tre figli Anja, Lussia e Pavlik (Anna, Lucia e Paolo) e il suo fratello Anton erano con noi. Andavamo a lungo per la sconfinata steppa coperta di neve. La strada si vedeva vagamente, era quasi ingombra di neve.

Siamo arrivati in villaggio Krasnaja Poljana del kolkoz “Primo Maggio”. Le slitte si sono fermate davanti a una casupola coperta di neve fino al tetto. In questa casupola abitava una polacca di cognome Bankovskaja, che ci ha incontrati in modo ostile. Ci ha portati in una camera non riscaldata e ha avvertito di non abusare del combustibile.

Al mattino gli uomini sono stati mandati al lavoro. Dal lavoro portavano una manciata di grano sporco, un pochino della farina nera di segala e qualche patatina (Nota 51). Il padre diceva che è bene, gli altri ricevevano di meno.

Lo zio Anton è stato preso a Karagandà, e non ne è tornato. Non abbiamo ricevuto nessuna notizia sulla sua sorte. Sua figlia Galia rimaneva con noi, ma poi è morta da tifo.

Passati i freddi mesi di primavera, ma l’estate non ha portato niente di buono. La gente sognava di tornare a Kerc ed aspettava che un momento sarebbero venuti dei soldati, avrebbero letto un’ordine e nei stessi vagoni ci avrebbero mandati in Crimea. Ma poi abbiamo capito che siamo stati deportati per morire qui.

Gli italiani facevano dei lavori più difficili e meno retribuiti, per i quali accreditavano dei “trudodni” scarsi (Nota 52). Gli abitanti del luogo trattavano gli italiani, a dir poco, senza simpatia. Avevano paura anche di parlare con noi per non essere accusati di aver relazioni con i “traditori”. Le persone cui mariti o figli sono stati morti in guerra ci trattavano malissimo (perché sono stati chiamati “fascisti” dal partito comunista di Stalin!).

Al margine del villaggio c’era una fucina semidistrutta. D’estate il padre ha riparato un po’ le pareti di una cameruccia presso la fucina, ha costruito una stufetta. Alla finestra con i vetri sfondati ha inchiodato qualche foglio di latta e di legno compensato, la luce entrava solo tra quattro pezzetti del vetro rimasti. In questa cameruccia si è stata trasferita anche la sorella del padre con i figli. Suo marito Nicola Croce è stato morto ancora prima. Si è raffreddato all’inizio della primavera quando lavorava quasi scalzo in campo (Nota 53).

Anche l’estate dell’anno 1942 è finita. I “trudodni” ricevuti ci hanno dato la possibilità di sopravvivere l’inverno.

L’anno 1943. Il padre lavorava in una squadra addetta ai lavori campestri. A lui era fatto obbligo di portare l’acqua con un carro a botte trainato dai buoi. Non so perché mio padre non è piaciuto al caposquadra, ma questi l’ha picchiato crudelmente. Il padre è stato mandato all’ospedale, ne è tornato molto grave, era chiaro che lui fosse alla fin di vita. Una volta la mamma gli ha detto che avrebbe annientato il caposquadra. Il padre le ha risposto solo: “Pensa ai figli! Devi educarli, farli studiare. Sarà il meglio che puoi fare per me!”

Il 26 luglio 1943 mio padre è passato di questa vita. La mamma ha capito che rivolgersi al tribunale sarebbe inutile.

Abbiamo ricevuto un certificato della morte dove è scritto: “Il cittadino De Martino Nicolaj Pasqualovich è morto il 26 luglio 1943 in età di 52 anni da dissenteria”. Così siamo rimasti senza padre. La madre era pronta a fare ogni lavoro, ma non era in grado di provvedere alla famiglia.

Fra poco tempo tutte le provviste sono finite. Neanche la zia Nina aveva delle scorte di viveri.

Era un inverno freddo e nevoso, ci scaldavamo bruciando nella stufetta i letami bovini secchi e l’erba d’assenzio, raccolti durante l’estate e conservati nella fucina.

La mia sorella maggiore Teresa andava nella steppa e scavando la neve cercava del grano marcio, che noi poi lessavamo senza il sale e le patate, e così ci siamo salvati dalla fame (Nota 54). Quando Teresa portava più di una secchia del tale grano, lo macinavamo con “deremen’” (una sorta di macina a mano fatta da due sassi e due bastoni. La farina veniva mescolata con la polvere dei sassi) e facevamo schiacciate. Erano amare e cattive, ma a chi ha fame è buono ogni pane.

E’ cominciata una forte tempesta di neve e la mamma non ha permesso a Teresa di uscire. Un giorno abbiamo finito anche quel marciume, ma la tempesta non cessava.

Una sera la zia Nina ha proposto alla mamma di accendere la stufetta e chiudere la serranda per essere asfissiati dall’ossido di carbonio e morire tutti insieme. La mamma ha respinto. Vedeva che noi tutti stavamo per morire lentamente, che non avevamo da chi aspettare l’aiuto, ma ha detto di no. Io ero così debole, che andando nella fucina per i bisogni corporali dovevo reggermi alla parete.

Una volta all’alba qualcuno ha bussato alla finestra. Sciolto con le mani il ghiaccio dal vetro, la mamma ha spiegato che non possiamo aprire la porta ricoperta di un cumulo di neve. Un uomo, tolto il cumulo, è entrato ed ha proposto di comprare una secchia di farina. Il quadro terribile della nostra esistenza l’ha impaurito. Vedendo noi, bambini, ha rifiutato di prendere come pagamento le belle tende che la mamma ha portato da Kerc (era l’unica nostra cosa di valore). Ha lasciato una borsa di farina ed è uscito velocemente. Anche la mamma è uscita per raggiungerlo, ma è sparito così inaspettatamente come è stato apparso (caro Lettore, credo che questi sia stato un angelo. Anche se era solo un contadino non rasato, sporco –per questa famiglia è stato un angelo vero e proprio, si’?).

Lo stesso benedetto giorno la zia Nina e la mamma hanno portato due gambe di un cavallo il quale scivolato sul ghiaccio ha rotto una gamba ed è stato subito finito. Quel giorno, lo ricordo come una festa. La mamma e la zia hanno cotto una minestrina con la carne. Noi tutti ci siamo rianimati un po’ e la sera alla luce di una piccola lucerna la mamma ci raccontava la trama di un libro sui viaggiatori e noi, strettici attorno a lei, l’ascoltavamo attentamente.

All’inizio di primavera del 1944 la mia seconda sorella Nina è andata nella città di Atbasar dove ha trovato un lavoro alla posta. Noi siamo rimasti in villaggio.

Prima della Pasqua la mamma ha deciso di andare in altri villaggi (Nota 55) a chiedere l’elemosina, e anch’io sono andato con lei. Entravamo in ogni cortile. Gli uni ci cacciavano via, gli altri ci davano qualcosa, soprattutto le donne cui figli e mariti erano al fronte.

Quando si faceva già buio, abbiamo deciso di tornare a casa. Siamo usciti dal villaggio ed abbiamo preso una strada appena visibile. Fra poco tempo abbiamo visto davanti il fiume (Nota 56), abbiamo girato a destra, a sinistra, indietro – attorno c’era solo acqua. Sembrava che siamo capitati in un’isola. Da una parte nereggiava qualche cosa. Ci siamo accostati ed abbiamo visto un piccolo mucchio di paglia. La mamma ha fatto in paglia un alloggiamento dove ci siamo coricati. La mamma mi ha coperto con il proprio corpo per proteggermi dal freddo e dai lupi.

La mattina abbiamo trovato un passaggio stretto e siamo andati cercando la strada per tornare a casa. Fra qualche chilometro il fiume di nuovo ha ostacolato la strada. Ma come facciamo ad attraversarlo? Abbiamo visto un uomo conosciuto, un nostro portalettere con una sola gamba. Gli abbiamo chiesto di trasportarci attraverso il fiume. Slegata la barca, lui ha preso la borsa con la posta, mi ha fatto sedere sulla prua, si è seduto in centro e siamo partiti. Alla metà la barca e’ stata presa e trainata a parte da un forte scorrere del fiume. La barca sbandava ora a destra, ora a sinistra, era difficile guidarla con un remo. A volte sembrava che fra un attimo il portalettere non avrebbe avuto più forze e che lo scorrere avrebbe portato via la barca. Vedevo mia mamma correre sulla sponda e gridare, era pronta a saltare nell’acqua gelida e nuotare per salvarmi.

Ma dopo una lunga lotta contro l’acqua il portalettere è riuscito a far approdare la barca. Ha gettato la borsa sulla sponda, mi ha aiutato a sbarcarmi e, senza dire una parola, si è recato indietro.

Siamo tornati a casa stanchi ma contenti, con le mani non vuote.

D’estate è morta Anja, la figlia primogenita della zia Nina, che è rimasta con Lussia e Pavlik.

In agosto noi siamo traslocati alla stazione di Atbasar. La zia Nina non si è decisa a venire con noi.

La mamma si è impegnata in una scuola presso ferrovia, faceva fuochista in un locale caldaie che si trovava nello scantinato della scuola. Siamo alloggiati in una cameruccia dell’addetta alle pulizie vicino al locale caldaie. Teresa faceva addetta alle pulizie nella stessa scuola. Dal primo settembre mia sorella Rosa ed io abbiamo cominciato a frequentare la prima classe. Nina a quell’epoca badava ai bambini di una donna che lavorava in un ufficio dove si rilasciavano i passaporti. E proprio questa donna ha aiutato a cambiare il cognome e la nazionalità nei nostri documenti. Invece di De Martino siamo diventati Cernjavski, e Teresa è stata chiamata “Tatiana”. La mamma ci implorava di non dire a nessuno e in nessun caso che siamo italiani. A scuola pochi credevano che siamo russi, di solito ci prendevano per gli ebrei.

Ad Atbasar visitavamo spesso Cosimo De Fonso (probabilmente Di Fonzio), parlavamo di Crimea, ci ricordavamo degli italiani di Kerc.

Una volta lo zio Cosimo è andato come turista a Yalta e alla via del ritorno è venuto a trovare sua sorella a Kerc. (Non capisco, perché non è stata deportata anche lei con tutti gli altri). Qui ha saputo che per gli italiani sia impossibile avere il permesso di residenza fissa a Kerc. Allora è tornato abbattuto.

Una sera è venuto da noi il Siren’, lo stesso Siren’ che è stato arrivato dall’Italia insieme a Maria Spartak. Parlava a lungo con la mamma, diceva che bisogna andare a Mosca, cercare di ottenere per gli italiani il permesso di tornare in Crimea. Fra qualche giorno abbiamo saputo che durante il viaggio il Siren abbia preso il raffredddore e sia morto improvvisamente. Si capisce qual’era la causa di questa morte (Nota 57). Abbiamo capito che siamo stati deportati per sempre. La speranza di ritornare a Kerc è passata. Bisognava rassegnarsi.

Nel 1948 abbiamo fatto una richiesta scritta all’ufficio economato comunale presso l’amministrazione di Kerc per la questione della nostra casa, ma abbiamo ricevuto una risposta sconsolante. Per la seconda volta abbiamo ripetuto la richiesta nel 1953, nella speranza dei possibili cambiamenti. Ma anche questa volta è venuta una risposta recisa:

“Sulla Sua richiesta della restituzione della casa che si trova in già via Pervaja Agimuskajskaja, 67, l’Ufficio economato comunale presso il Soviet dei deputati di Kerc Le comunica in aggiunta a quanto è stato scritto nella risposta del 17 gennaio 1948 alla Sua richiesta precedente, che le case degli italiani sono state registrate come risorse dello Stato e non sono soggette alla restituzione”.

E’ venuto l’anno 1954. Addio, Kazakstan, andiamo a Kerc senza sapere che cosa ci aspetta. Lo zio Cosimo è venuto a dire “Buon viaggio!”. Ha scritto una lettera a sua sorella, l’ha chiesto di dare a noi ospitalità, almeno per poco. Siamo partiti in due, la mamma ed io. Le sorelle Teresa e Nina dopo aver finito gli studi all’università lavoravano a scuola della città di Kopeisk della provincia di Magnitogorsk. Rosa abitava da Nina e continuava a studiare a scuola.

Abbiamo preso l’alloggio dalla sorella dello zio Cosimo. E’ stato occorso più di un mese per fare tutte le pratiche necessarie per ottenere il permesso di domicilio a Kerc. Secondo i documenti noi eravamo già russi, ma alcuni dettagli destavano i sospetti del capo dell’ufficio di milizia. Ma alla fin fine abbiamo ricevuto il permesso. Poi anche le sorelle sono tornate a Kerc.

Siamo riusciti a ritornare, a svincolarsi dal Kazakstan. E come si sono messe le sorti degli italiani rimasti in esilio?

Sono morti lo zio Cosimo e la zia Nina, sorella di mio padre. Suo figlio Paolo è rimasto nel villaggio Krasnaja Polana, si è sposato. Lussia ha sposato un figlio di quel caposquadra che ha ucciso mio padre, abita nello stesso villaggio.

Nel 1955 ho finito la scuola. Dopo il servizio militare mi sono laureato in matematica e disegno, lavoro a scuola, insegno la matematica.

Il dieci agosto 2006 sono venuto alla stazione ferroviaria di Kerc per vedere il Segno commemorativo. Ho letto le parole scolpite su un masso di granito grigio: “Segno commemorativo contro crudeltà e violenza. E’ stato eretto il 17 maggio 2003 a memoria delle vittime della deportazione massiccia dei Tartari di Crimea, Bulgari, Greci, Tedeschi ed Armeni da Kerc il 18 maggio 1944 (Nota 58).”

E dov’è una menzione degli italiani? Gli italiani, non li hanno dimenticati in quegli anni difficili di guerra. Sono stati tra i primi a provare tutta la tragedia della deportazione nei mesi severi d’inverno, sono un gruppo nazionale tra i più sofferenti dalle repressioni.

Gli italiani non importano alle autorità d’Ucraina che stanno trascurando le loro richieste, non ne prendono in considerazione. Ai funzionari serverebbe ricordare la storia di Crimea e confrontare il numero degli italiani prima e dopo la guerra per capire di chi è la colpa. E’ la responsabilità delle autorità ucraine che la comunità italiana fino ad ora non ha lo status ufficiale della minoranza subita la deportazione costretta. Secondo i funzionari è causato dalla mancanza dei documenti. Ma non ci vogliono dei documenti per ricordare le sofferenze dei nostri connazionali italiani. E quelli che hanno composto il testo scritto sul Segno commemorativo, perché non si sono ricordati delle parole: “nessuno è dimenticato, niente è dimenticato”?

Quando io, avvilito, tornavo dal Segno commemorativo, ho visto un uomo anziano venire incontro a me.

– Scusi, - ho chiesto, - Lei è kerciano?

– Sì, - mi ha risposto.

– Che cosa sa Lei sugli italiani di Kerc?

– Come? A Kerc c’erano degli italiani? – ha fatto una domanda alla mia domanda.

Signori funzionari, forse una volta anche voi rivolgerete a noi la stessa domanda? Per ricordare i destini rotti degli italiani non importano gli ordini, i numeri, la quantità delle tragedie! Basta trattare con umanità ogni nazione per trovare su un pezzo di granito dello spazio per menzionare anche gli italiani da voi dimenticati!

Voglio raccontare dei tormenti e delle sofferenze degli italiani di Crimea non solo agli abitanti d’Ucraina, ma agli connazionali in Italia per far impossibile la ripetizione della simile tragedia per qualche popolo, grande o piccolo”.


X. Le memorie di Maria Nenno (Bjeloserzeva)

“Io, Maria Bjeloserzeva, da ragazza Nenno, ebbi un figlio di tre anni. Mio marito fu soggetto al servizio militare e l’ufficio di leva l’ebbe mobilitato con il motopeschereccio dove lavorò.

La nostra casa in via Proletarskaja fu distrutta da un colpo preciso del proiettile d’artiglieria, anche l’appartamento dei genitori, via Melek-Cesmè 51, fu inservibile. Allora la mia famiglia si stabilì in periferia della città, in un edificio di scuola in via Cikalov, 57.

Il nove febbraio 1942 venne un uomo, non in uniforme militare ma con un fucile in spalla, e ci presentò un ordine secondo il quale noi, tutti gli abitanti italiani, siamo passibili di deportazione da Kerc (Nota 59).

Avemmo due ore per i preparativi. Potemmo prendere solo la roba di stretta necessità, ma fummo costretti a lasciare letti, cuscini, coperti di lana, tutto. Fu detto che la roba fosse conservata, ma appena fummo partiti, tutto fu rubato ed ora nessuno è responsabile. Non possiamo neanche comprovare che siamo stati deportati in Kasakstan!

Mandati i bambini e i vecchi al posto di adunanza, andai all’unità militare del mio marito per dirgli che stessimo per partire in esilio. Ma noi fummo stati portati in Kamish-Burun prima che lui ricevette il permesso di andare ad accomiatarsi da noi. Mentre lui fece la guerra, io e nostro figlio fummo deportati.

Il primo gruppo degli italiani fu stato mandato in deportazione il 29 gennaio 1942, il nostro fu il secondo gruppo: solo due vagoni bestiami con tavolacci, ci fummo in 72 persone.

Prima di tutto fummo portati in carro del mio zio Pasquale Porcelli (anche lui con la sorella e i figli fu deportato) in una scuola, via Sverdlov. Quando tutti furono stati radunati, fummo portati a Kamish-Burun, odierno Arscinzevo.

Nel buio fitto fummo stati caricati su un grande piroscafo alto. Fummo avvertiti di non accendere un fiammifero o una sigaretta, e chi l’avrebbe fatto, sarebbe fucilato sul posto.

Arrivati a Novorossijsk, il bastimento non riuscì ad approdare sotto il bombardamento aereo. Ma di notte tutto si calmò. Fummo sbarcati e, come sempre in silenzio e buio completo, fummo portati in edificio di una scuola dove rimanemmo senza le comodità elementari per dieci giorni aspettando i vagoni con tavolacci.

72 italiani furono sistemati in due vagoni bestiami, andammo durante due mesi in strettezza, sporchi ed affamati. Le guardie di scorta furono tenuti a darci da mangiare durante il viaggio, ma fummo forniti del vitto solo una volta, a Novorossijsk. E poi dovemmo provvedere da soli del cibo. Quelli che ebbero del denaro si comprarono da mangiare, gli altri barattarono la roba con del vitto.

Una volta, quando il treno fu alla stazione Lyski, si cominciò il bombardamento aereo. E i giovani ragazzi che fecero le guardie di scorta chiusero i vagoni e andarono al rifugio. Gli uomini che ci furono nei vagoni li aprirono. E noi, vecchi e bambini, corremmo senza il cibo e la roba e nascondemmo dentro una trincea rifugio, scavata durante la guerra e coperta sopra. Quel ricovero non salverebbe da un tiro diretto, ma protetteva dalle scheggie dei proiettili.

Ci restammo fino al buio, e poi ritornammo nei vagoni. I bambini ebbero fame, chiesero del cibo, ma non ci fu da mangiare. Mio figlio ebbe quasi tre anni, si mise sull’uscio del vagone e gridò: “Capo, dai del pane!”

Di notte i nostri vagoni furono trainati in una piccola stazione presso un villaggio di qualche decina di case, ci restammo per dieci giorni. Andammo in villaggio per barattare la roba con del vitto. Gli abitanti del villaggio non vollero prendere del denaro, solo gli oggetti, perchè il fronte fu vicino. Non ebbero gli alimentari all’infuori del latte e del pane di segala. Nelle stazioni ci furono mucchi delle patate gelate, le prendemmo e le mangiammo, non avemmo altro da mangiare.

Il viaggio durò due mesi. Il dieci aprile 1942 giungemmo una stazione di nome Viscinjovka, un centro provinciale della regione di Akmolinsk. Ci fecero scendere. I nostri fagotti, i vecchi e i bambini furono portati con le slitte trainati dai buoi, e noi, giovani, andammo 18 chilometri a piedi.

Arrivati in kolkoz “Krasnoje Osero” , ci incontrò un capo del servizio amministrativo e ci sistemò nelle anticamere delle case. Un’altro giorno ricevemmo per ogni famiglia elencata della farina, del tritello e delle patate. Così vivemmo fino a maggio.

Dall’inizio della semina cominciammo a lavorare. Non avemmo dei vestiti adatti, allora combinammo qualcosa. Con la semina nel kolkoz aprisero un forno e una mensa, ma solo per i lavoratori. Perciò tutti quelli che potevano muoversi, dai ragazzini ai vecchi, andarono al lavoro. Tutto quello che prendemmo e mangiammo fu pagato a conto dei “trudodni”.

D’estate i padroni di casa ci fecero traslocare in un piccolo e vecchio granaio sgomberato. Rivestimmo con l’argilla le pareti, le imbiancammo, costruimmo le stufette. In questo granaio vivemmo durante tutta la guerra.

D’autunno, in novembre del 1942, i nostri uomini italiani di Kerc furono presi e mandati tramite il Commissariato militare in Trudarmia e furono detenuti fino a giungo 1946, lavorando presso il cantiere della costruzione del complesso industriale metallurgico di Celjabinsk.

Noi tutti fummo registrati in ufficio del comando militare. Fu proibito di andare in qualche posto fuori del nostro villaggio senza prendere il permesso del capo del servizio amministrativo militare. Fummo obbligati a venire ogni mese al comando militare per il controllo.

In autunno 1949 andai via dal kolkoz e traslocammo con i genitori nella città di Akmolinsk, dove vivemmo fino al 1974.

Là sono morti i miei genitori. Io con il figlio e il nipote siamo ritornati a Kerc e ci viviamo fino ad ora. Le mie sorella e cugina con le famiglie abitano ancora ad Akmolinsk.”


XI. Da due lettere di Paolina Evangelista a M.D. Leconte (Saratov 12.01.94 e 21.10.94).

“Ho ottantun’anni. Da cinquanta anni abito a Saratov insieme al mio fratello maggiore che in gennaio compirà 83 anni. Durante il nostro viaggio a Kazakstan proprio lui è stato designato il rappresentante da parte degli italiani, cioè organizzava l’imbarco sulle navi e sui treni, procurava il pane a tutti. Aveva finito l’istituto tecnico superiore di Mosca e a Kerc faceva ingegnere capo del consorzio statale di pesca.

Vive qui anche mio cugino settantenne, Evangelista Paolo Franzevich , era in Trudarmia a Celjabinsk, per il miracolo è rimasto vivo.

Noi italiani a Saratov ci siamo in cinque: mio fratello Evangelista Bartolomeo, mio cugino Evangelista Paolo, figlio del mio fratello Evangelista Edoardo, mia figlia Francesca ed io.

Mio padre Evangelista Franco Bartolomeevich fece capitano, lavorò sul bastimento “Krasnyj Krym”. Morì nel 1932 in età di 43 anni. I funerali furono organizzati dal Club italiano (governato da Carbone) e dall’ammistrazione del porto, in modo solenne.

Chi non lavora, non mangia. La nostra famiglia è rimasta senza il lavoratore, e fra poco è cominciata la fame degli anni 1932-1933. La mamma aveva a carico quattro figli e la nonna, allora abbiamo provato delle disgrazie amare.

Nei 1937 – 1938 sono stati arrestati tutti i tre figli di mia zia Angelina De Martino: Pasquale, Bartolomeo e Stefano; e i due generi, Sava e Marino. Dopo un mese e mezzo la zia è morta dal dolore.

Al momento di deportazione io ero ventisettenne ed avevo quattro figli. Mi ricordo come siamo stati sfrattati.

Alle sette di mattina nel nostro cortile è entrato il maggiore Khvatov, capo dei Nkvd della città di Kerch. Aveva un elenco degli italiani ed ha letto i nomi di noi tutti. Ci ha detto: “Vi sfrattiamo. Che fra un’ora siate pronti”. Capito che per me sarebbe troppo difficile andare a piedi con quattro figli, uno zio malato e una nonna vecchia, ha detto a me: “Per ora vado via, faccia i preparativi. Forse potrò trovare per voi una macchina.”

Mezz’ora dopo lui è ritornato con la macchina. Vedendo i vicini rubare la nostra roba (ognuno cercava di arraffare qualche cosa), lui ha tolto le nostre masserizie e le ha gettate nel cassone. Gliene sono grata per tutta la vita. Ma era permesso di prendere solo 8 chili per una persona, e quando il maggiore ha messo nel cassone alcuni cuscini, un materasso di piume e due valigie, gli ho detto che non mi lascino prenderli in vagone. Ha risposto: “Allora li lasci davanti al vagone”. Credo che abbia fatto tutto questo in segno di gratitudine a mio padre. Ha detto: “Con Suo padre ho cresciuto nello stesso cortile”.

Poi siamo stati portati in Kamysh-Burun. A Novorossijsk ci fecero salire in un treno di dieci vagoni. C’erano il capo del servizio paramilitare di guardie con l’assistente e 25 giovani guardie. Mio fratello è stato un responsabile d’imbarco. Siamo stati portati in Kasakstan. Il lungo viaggio è durato un mese e mezzo.

Strada facendo soffrivamo fame e freddo. Molte persone sono morte. Non sappiamo che cosa succedeva negli altri vagoni, ce avevamo il troppo dolore nostro. Durante il tragitto morirono due miei figli. Uno l’ho lasciato alla stazione di Kartaly; l’altro figlio, l’ho portato con me.

Noi ed alcune altre famiglie italiane siamo alloggiati in villaggio Spasskoje, provincia di Atbassar, regione di Akmolinsk. Molte altre famiglie, le hanno fatto alloggiare in altri villaggi della stessa provincia. Circa una settimana dopo il nostro arrivo un rappresentante incaricato di NKVD ha tolto i nostri passaporti e ce li ha ridati stampigliati da un timbro attraverso tutta la pagina: “Deportato speciale”.

Fra quattro mesi è morto anche il mio figlio di cinque anni. Anche Francesco, un figlio cinquenne di mio fratello, è morto. Così abbiamo perso quattro figliuoli. Poi sono morti zio materno di 56 anni e la nonna di 78 anni.

Abitavamo nella stessa casa con la famiglia Botto: il capofamiglia Matteo, sua moglie Lina, tre figlie ed una nipotina. Le figlie Lora (era la moglie di Marco Simone) e Teresa sono morte da tubercolosi polmonare, poi è morta anche Lina dalla stessa malattia. Anche Matteo è morto. Sono rimasti una figlia Sina e nipotina, la figlia di Lora, bambina di tre anni.

Abitava con noi anche la mia zia Savineda con il marito Marino e tre figlie: Lina , Polina e Felicia. Tutti sono morti, solo Polina ha avuto salva la vita. E’ morta anche Lora, figlia di Rina De Martino. Nella famiglia Cutto sono morti un figlio di 32 anni e il capofamiglia di 62 anni. Scrivo solo di quelli che conosco.

Tanti italiani sono morti in Kasakstan! Si sono estinguite delle famiglie complete.

Gli abitanti del villaggio del nostro esilio ci dicevano: “Vi hanno mandati qui perché voi tutti stendiate le cuoia!” Una volta ho risposto: “Oggi noi, domani voi”. Ma siamo rimasti tra i vivi, probabilmente grazie al fatto che avevamo della roba da barattare.

Poi mia figlia si è ammalata di tubercolosi, aveva una caverna sui polmoni. Per non perderla, mi sono decisa a fuggire. A proprio rischio e pericolo ho strappato dal mio passaporto due fogli con il timbro “deportato speciale” e durante tutto il tragitto da Atbassar avevo paura di essere catturata ed arrestata. Ma Dio è misericordioso, sono riuscita a trovare mio marito. Poi, in maggio 1944 sono tornata per prendere mia madre. Ho dato una bustarella al presidente del kolkos e l’ha lasciata partire.

Insomma, poveri italiani, hanno provato tante disgrazie! Un anno fa il Presidente di Kasakstan Nasarbaev ha dichiarato i risultati del censimento: ci figurano ancora 365 italiani. Sono quegli italiani disgraziati, che non hanno dove partire.

Tante persone care sono morte! E siamo stati privati di tutti i beni accumulati nella nostra famiglia (acquistati soprattutto da mio nonno Biocino Antonio che per quaranta anni fece il capitano di lungo corso). In fretta dello sfratto immediato abbiamo lasciato tutto: due tappeti buoni, un pianoforte, un prezioso modello del brigantino, biancheria da letto, dei mobili costosi. Tutto questo fu acquistato da mio nonno. Anche mio padre fece capitano, ma sovietico. Venuta a Kerc nel 1948 volevo trovare almeno qualcosa, ma inutilmente. Niente.

Quella volta a Kerc per caso ho incontrato in viale Rosa Mafioni, l’amica di mia cugina Nina De Martino (Parenti). Come io, Rosa è venuta a Kerc da un’altra città. Mi ricordo come parlavamo e guardavamo sempre indietro per vedere se non ci seguisse qualcuno. Avevamo tanta paura.

Al cimitero di Kerc dove furono seppelliti i miei avi Evangelista, Parenti, De Martino (16 persone e ancora 4 in un altro recinto) non ho trovato niente, c’erano solo le tombe altrui.

Lei, sicuramente, ha ragione dicendo che noi, sopravvissuti, dobbiamo ricordare e scrivere delle vittime per far sapere agli organi dello Stato quante disgrazie, sofferenze e lacrime ci hanno fatto le repressioni”.


XII. Paolo Evangelista (risiede a Saratov sul Volga, Russia) - lettera a Giulio Vignoli

“Caro professore,

ho letto il suo libro (Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa, Giuffrè editore, Milano, 2000) che mi è piaciuto tanto, complimenti! In Italia l’ho ordinato al prezzo di $ 20. Stando che il mio guadagno non sorpassa $ 100 si figuri quanto l’ho voluto! Sono contento che la mia informazione, memoires del nonno, prozia, del mio caro comandante Parenti Le hanno aiutato nel lavoro.

Come state? Come sta il figlio Francesco? Lui mi è piaciuto tanto. Si è già laureato?

Quando ero da voi gli ho chiesto se ci stava una possibilità anche per me di studiare nella medesima facoltà di lui presso l’Università. Mi ha consigliato a rivolgermi all’Attachè di cultura presso l’Ambasciata di Mosca a fine di acquisto di una borsa di studio. Quello ho fatto al mio ritorno. Ma l’Attachè mi ha solo augurato di non farle seccatura. Benchè lo so bene che l’Ambasciata per via del istituto di Cultura ha possibilità di prestare una borsa di studio, è sicuro!

Lei vuole visitare Saratov. Sarò lieto di riceverLa. Forse ci vuole un invito per poter visitare la Russia? Non è un problema. Il problema è tutt’altro. Preparandosi a visitare la Russia lei forse pensa di vedere una più o meno organizzata comunità con un suo centro come quella per es. di Kerc. Ahimè! Qui è tutt’altra cosa. Primo, nessuno parla l’italiano. Ho tentato di organizzare i corsi ma la parte italiana (primo, l’Ambasciata poi la Regione di provenienza) non mostra nessun interesse per noi, le autorità locali non ci tengono come una minoranza, mancano anche i mezzi propri, insomma l’Associazione non funziona e esiste sulla carta non essendo per di più regolarmente registrata presso l’autorità. Tutte le comunicazioni faccio io solo per il conto mio. Ho speso sforzi, danaro, tempo ma quasi tutto invano. La diaspora è composta da circa 10 persone le quali per l’inizio erano una sola famiglia, poi quando i figli crescevano, si sposavano con le donne russe, così quasi tutti si sono assimilati avendo preso la lingua ed i costumi della nazione russa. Negli ultimi anni abbiamo perso le persone che per prime facevano l’asse della famiglia – si è spento Bartolomej, prozia Paola. Per quanto riguarda la religione, la chiesa cattolica la visito solo io…

Allora dovevo avvertirla che molte cose che Lei forse voleva vedere da noi, non le vedrà. In ogni caso, la visita resta a Sua discrezione e se Lei decide di venire, sarò lieto a riceverLa qui sebbene in condizioni modeste.

Vostro Pavel”.


XIII. Risposta della Direzione regionale degli Interni presso il Comitato esecutivo del Consiglio dei deputati di Crimea alla richiesta del Municipio di Kerc, ricevuta il 22.07.93.

Fotocopia della risposta disponibile in Appendice 2.

“A sua richiesta informiamo che nel 1942 invero è stata fatta una deportazione delle persone di nazionalità italiana in base alle decisioni degli organi di Stato (così risulta dai documenti).

Le quattordici persone menzionate nella Sua richiesta non figurano nei registri dell’Archivio della Direzione regionale degli Interni di Crimea. La causa è dovuta al fatto che la registrazione di questa categoria di cittadini è iniziata negli anni 1949-1950 nei luoghi dove veniva scontata la deportazione. Solo nell’anno 1960 le cartelle personali dei deportati sono state restituite alla Crimea, ma molte Direzioni regionali degli Interni le hanno lasciate nei propri archivi.

Durante la registrazione non sono state prese in considerazione le persone deportate, morte prima dell’anno 1949. Dunque, adesso di fatto è impossibile fare i nomi di tutte le persone deportate dalla Crimea tra gli anni 1941 e 1944.

Per ricevere informazioni sui cittadini menzionati consigliamo di mandare una richiesta alle Direzioni degli Interni delle regioni dove sono stati residenti prima dell’anno 1956 (in quell’anno è cessata la registrazione di tutti i cittadini deportati nella deportazione speciale).

Il capo dell’ufficio informazioni della Direzione regionale degli Interni di Crimea, colonnello A.V.Bykovez”.



XIV. Dichiarazione del KGB del 4 aprile 1991 (ricevuta da Clara Giacchetti Korciaghina, figlia di un italiano fucilato)

Fotocopia della dichiarazione disponibile in Appendice 2.

“Rispondendo alla sua richiesta del 22 marzo 1991 riferiamo che, secondo i documenti presenti negli archivi, il militare del battaglione di esercitazione numero 4333 Giacchetti Piotr Sebastianovich (Nota 60), nato il 31 maggio 1911 a Kerc, vissuto in villaggio Gujve, regione e provincia di Gitomir, fu arrestato il 22 luglio 1938. Fu accusato di spionaggio a favore dell’Italia ed il 3 novembre 1938 fu condannato, infondatamente, a pena capitale. La sentenza fu eseguita a Gitomir il 4 novembre dell’anno 1938. Purtroppo, ora è impossibile accertare il luogo di sepoltura. L’Ufficio di registrazione dello stato civile della città di Gitomir Le manderà il certificato della sua morte.

Giacchetti P.S. fu riabilitato il 16 gennaio 1989 ai sensi del decreto della Procura militare dell’Unione Sovietica. Per ricevere il certificato di riabilitazione di Suo padre Lei deve rivolgersi all’ufficio della procura militare del distretto militare Prikarpatskij (bisogna riferirsi alla conclusione del 30 novembre 1989).

Il 4 aprile 1991,
numero di protocollo 10/25621 p
Il capo del reparto della Direzione KGB per la regione di Gitomir, V. Malyschko.”


NOTE

1. Dal 1998 Atbasar si chiama Astanà e dal 19 febbraio 1997 è la capitale del Cazachistan.

2. La famiglia di Giulia Boico era in un altro convoglio, il loro viaggio è stato molto più lungo -sono arrivati alla fine di marzo-, c’erano 42 gradi sotto zero. Hanno incontrato le slitte ma senza pellicce e stivali, solo qualche coperta. E nessuno li ha invitati nei colcos, li hanno portati in baracche decrepite e li hanno abbandonati a morire di fame, malattie, stenti e freddo. Secondo Giulia gli “stivali” indicati da Evangelista erano “valenki” russi, cioè stivali di feltro duro.

3. Si tratta della Trudarmia, il lavoro forzato al quale furono obbligati anche non deportati, ma i membri dei popoli “sospetti”o “colpevoli”; come si nota dal racconto all’epoca non vi erano ancora Tartari, Greci e Ceceni.

4. Karp è un nome. Nel linguaggio popolare russo le parole “zio”, “zia”, “zione”, “nonno”, “nonna”, a volte anche “madre” e “padre”, si usano non solo per rivolgersi ai parenti, ma anche come vocativo gentile alle persone estranee. La parola “gospodin” (signore) e “gospogia” (signora) dopo la rivoluzione furono proibite ed ora il popolo si è disabituato a dirle. E i vocativi “tovarisch” (compagno) e “grazdanin” (cittadino) sono troppo ufficiali –nota di G.B.

5. Poichè sono italiani, e in Italia vinse il regime di Mussolini.

6. Ricordo lo “zio Vincenzo”, un fratello di mia nonna e zio dell’autrice di queste memorie. Negli anni Trenta fu anche lui perseguitato, ma non ne raccontava mai e pareva che lui fosse una persona senza problemi. Ma quando negli anni Ottanta dopo un colpo apoplettico rimase a lungo svenuto, soffrendo dal forte dolore gridava a gran voce: “Non mi torturate, per carità! Sì, sono italiano, ma non faccio spionaggio!”

7. Nell’anno 1932.

8. La direttrice di questa scuola, Maria Silvia Giacchetti, una zia dell’autrice, raccontò che anche dopo la chiusura della scuola fino all’inizio delle più crudeli persecuzioni i bambini italiani si radunavano la domenica in club per imparare la lingua materna e la storia d’Italia.

9. Le autorità sovietiche trattarono gli “estranei” in modo molto brutale. In agosto 1941 tutti i tedeschi vissuti sul territorio dell’Unione Sovietica furono dichiarati “nemici”, privati di tutti i diritti civili e deportati a viva forza in Siberia e nelle regioni settentrionali di Kazachistan. Poco dopo alla comunità italiana capitò la stessa disgrazia.

10. Alcuni connazionali lo confutano, ma secondo le testimonianze degli altri non fossero chiamati sotto le armi le persone le quali prima ebbero la cittadinanza italiana come sospette e poco sicure. Non so chi ha ragione. Ma mio nonno, padre dell’autrice, diceva proprio così e sono pronta a crederci.

11. Si dice che in questa battaglia morissero ottanta per cento dei miliziani. Furono tutti ragazzini delle famiglie “malfide” – tedeschi, italiani, figli dei perseguitati – sedicenni e in su, inesperti dell’arte militare e quasi inermi. Li misero a resistere agli attacchi delle migliori truppe tedesche e anche dei carri armati.

12. Il 29 gennaio. La stazione locale di NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni) ricevette l’ordine : far deportare la minoranza italiana come “colpevole di collaborazione con i nemici”. Ci sono informazioni che gli agenti NKVD usassero l’elenco delle famiglie italiane di Kerc, fatto dall’esercito tedesco durante la prima occupazione della città. No si sa nè se sia vero, nè per che ragione fu compilato il suddetto elenco, nè come fu capitato nelle mani di NKVD. Ma si dice che proprio questo elenco ora si trovi nell’Archivio Centrale a Simferopoli.

13. L’autrice aveva undici anni, suo fratello fu di cinque anni minore, la più piccola sorella (mia madre) aveva appena compiuto un anno di vita.

14. In questi fagioli e un po’ di pan duro consistè tutto il loro cibo per quasi una settimana.

15. Sentivo parlare che sia stato permesso di prendere con sé quaranta chili di roba per una persona. Si dice anche che alcune famiglie fossero avvertite in anticipo da qualche amico, preparati, avessero comprato i vestiti pesanti e preso soldi ed oggetti d’oro che poi potessero vendere o cambiare per comprarsi da mangiare. Ma si tratta solo di chiacchiere prive di fondamento.

16. Mia madre fu troppo piccola per ricordarsi qualcosa della deportazione, ma affermava tante volte (ed io ci credo) che la sua memoria ha conservato qualche immagine. Per anni ed anni la inseguì un ricordo: con tutta la famiglia piangente partì in un autocarro e vide il loro cane con un pezzo di corda intorno il collo. Corse accanitamente seguendo i padroni, perdette la forza, si fece distanziare, poi si sedette e ululò lamentosamente. Ma l’autocarro non si fermò per prenderlo. Per più grandi l’afflizione fu altro, ma per la piccola quel cane abbandonato fu il sommo dolore. Secondo me questa storia è triste e commovente, non posso trattenere le lacrime quando ne ricordo.

17. Le battaglie presso Kerc furono molto difficili e sanguinose. Qualche volta la città fu occupata e poi presa d’assalto dall’esercito sovietico. In gennaio 1942 i sovietici stavano battendo in ritirata.

18. Le preghiere e la fede sostennero molto la nostra gente nei tempi di strage. Il fratello minore dell’autrice raccontò: “Quando ora mi ricordo tutto il lunghissimo tragitto di deportazione pare fosse un infinito delirio straziante durante una gravissima malattia. E come durante malattia, ogni volta aprendo gli occhi io vidi il muoversi delle labbra di mia madre, che recitò le preghiere. Non so proprio dormisse per questi due mesi”. E mia nonna, la madre dell’autrice, ripetè tante volte, che solo la misericordia speciale di Dio le permise di conservare vivi tutti i tre figli.

19. Ci sono informazioni che i piloti furono italiani e seppero che su questa chiatta furono caricati i loro connazionali. Si dice che gli aerei fecero cadere i volantini in russo ed in italiano.

20. Sono seminati su un enorme territorio, questi nostri morti. Non ci furono funerali, né tombe, né pietre. Furono buttati sopra la neve dai vagoni e, come si dice, di primavera furono raccolti dai contadini e interrati nelle grandi buche. Temo che sia impossibile trovare dove sono seppelliti. La nonna diceva di una donna con tre figli (mi dispiace, non ricordo il nome). Quando fu morto un suo figliolo, pianse, e il soldato prese le strappò di mani il piccolo corpo ancora tiepido e buttò fuori. Dopodiché la povera donna perdette l’altro figlio lattante, non pianse ma lo ninnò e cullò come vivo per non dar alle guardie adito a buttarlo. L’ebbe seppellito poi da sola alla fermata. Raccontano che in un carro un soldato buttò fuori un bimbo vivo di cui singhiozzo l’irritò.

21. La capitale di Azerbaigian.

22. Ne ebbero molto bisogno. Si dice che in queste condizioni quasi tutti ebbero preso cimici, pidocchi o pulci. Molti raccontano come soffrirono dal prurito terribile e come le povere mamme osservavano qualche volta al giorno i bimbi e i vestiti per diminuire la quantità degli insetti.

23. E’ una città turcmena, ora si chiama Turcmenbasci.

24. Circa un bicchiere.

25. E’ vicino al mare d’Aral.

26. Circa cinquanta persone.

27. La stessa sorte aspettava quasi tutti gli uomini idonei a lavorare. Di solito il nonno fu assai loquace, ma non l’ho sentito mai raccontarne.

28. Qui non crescono gli alberi e non ebbero forze per trovare legna in un altro luogo.

29. La nonna mi raccontò che a quell’epoca la sua figlia minore (mia mamma) fu bellina e molto allegra, piacque a una famiglia zingara ricca e la vollero adottare in cambio a un sacco di farina ed una giovenca. Dissero che non potesse salvare tre figli e se gli desse la minore riuscirebbe a nutrire bene i due rimasti. Ma la nonna rifiutò: “Finchè sono viva, i miei figli restano con me.” E poi per qualche mese fu costretta a nascondere la figlia per non lasciarla rubare dagli zingari. Poi l’accampamento partì.

30. Si dice che le steppe coperte dei tulipani selvaggi in fiore sono di straordinaria bellezza! Se una volta sarà costruito un piccolo monumento a memoria delle nostre vittime, vorrei spargere intorno del terreno raccolto lungo la strada della deportazione, del terreno dei campi di concentrazione di Siberia e Magadan dove soffrirono, e, senz’altro del terreno d’Italia, Patria se non dei corpi, allora delle anime, e piantare questi tulipani di Kazakistan.

31. Tutti i deportati ebbero sui documenti d’identità un timbro speciale, furono sotto sorveglianza e non potevano cambiare luogo, senza il permesso – sarebbe stato come fuggire.

32. Questa città ora è la capitale di Kazakistan e si chiama Astanà.

33. La nonna si rincresceva di più che non era possibile prendere qualche talea dagli alberi e vite e semi di erbe aromatiche, fiori e ortaggi, che crescevano nel nostro giardino. Furono portati dall’Italia, l’ultimo legame con la Patria.

34. Ancora prima della rivoluzione. Si dice che partendo per la Crimea prese con sé un pugno di terra italiana legato in un fazzoletto. Prima di morire esprimè l’augurio di spargerla sopra la tomba in cimitero. Volle fare una cripta di famiglia e stare in terra un po’ italiana. Non so dire, forse è solo una leggenda.

35. Queste memorie sono scritte in febbraio 2006.

36. Prima della deportazione furono, secondo diverse ricerche, da duemila a cinquemila persone.

37. Secondo le informazioni recenti tra i connazionali deportati in 1942 c'erano 209 cittadini d'Italia.

38. Il signor De Martino racconta che si parlavano francamente solo durante le lunghe passeggiate nella steppa del Kazakstan o in quella della Crimea, perché la madre la considerava l’unico luogo protetto dall’ascolto del NKVD.

39. Certamente, se confrontati con la miseria totale di quegli anni. A proposito, perché queste ricchezze non furono sequestrate prima, come le proprietà di tante altre famiglie russe, ucraine, ecc. ? Può esserci una sola spiegazione: che Nicola De Martino fosse rimasto cittadino straniero (cioè italiano) nei primi anni dopo la rivoluzione, probabilmente anche fino al 1937. Purtroppo il signor Anatolij non può confermare ne’ confutare l’ipotesi.

40. Cioè fu crudelmente torturato, come di solito fece il NKVD.

41. L’offensiva dei Tedeschi fu così rapida, che le autorità non fecero a tempo ne’ a sgombrare la popolazione, ne’, tanto meno, a sgombrare il patrimonio zootecnico dei kolkoz.

42. È un luogo nei dintorni di Kerc sulla sponda del mare (cioè dello stretto di Kerc). Là c’è ancora oggi un complesso ferrifero che ha il proprio piccolo porto.

43. Purtroppo, il signor Anatolij non ricorda ne’ cognomi ne’ nomi, sa solo che erano semplici famiglie italiane, come la sua o quella dei miei nonni, e ognuno dei connazionali di Kerc poteva essere al loro posto. Le sue sorelle forse ricordano qualcosa di più, ma non vogliono rievocare scene così dolorose e strazianti.

44. Nei vagoni dove non c’era il foro di toilette le persone potevano fare i propri bisogni corporali solo quando il treno si fermava (non ogni giorno), era un tormento supplementare.

45. È la forma russa di Spartaco.

46. Gli italiani quasi sempre erano chiusi nei vagoni, e solo durante le soste (non ogni giorno) la porta si apriva per prendere i morti e dare ai prigionieri lo scarso vitto. E solo in quel tempo era possibile rivolgersi alla scorta.

47. In italiano: “lilla”.

48. Si sa che a Kerc ci fu anche un rifugiato politico detto “Lago”. Ora sappiamo che fu Luigi Montagna. Ma non sappiamo i cognomi veri di Maria Spartak e di Siren’.

49. Perché eroi antifascisti; deportati poi con tutti gli altri connazionali come complici dei fascisti!

50. Cioè con lenzuola, coperte, ecc. Il piccolo Anatolij è stato avvolto nelle belle tendine che la sua mamma apprezzava tanto, le aveva portate dietro nell’esilio.

51. Per una famiglia di 13 persone!

52. In forma singolare “trudoden”, cioè “una giornata lavorativa”. E’ una unità convenzionale della registrazione del lavoro dei colcosiani. Chi faceva dei lavori mal pagati, doveva lavorare sodo tutta la settimana per ricevere almeno un “trudoden”. Un trattorista, per esempio, riceveva 5 “trudodni” al giorno. La retribuzione era pagata in natura (i colcosiani non ricevevano quasi mai del denaro), cioè per ogni “trudoden” era possibile ricevere un po’ di grano, di farina o di patate. La quantità dei “trudodni” e l’entità della retribuzione di pendevano solo dall’arbitrio del presidente del kolkoz.

53. Gli italiani di Kerc, vissuti in una città dal clima abbastanza mite, di solito non avevano pellicce, ne’ vestiti pesanti, ne’ stivali, di cuoio o di feltro duro, ma solo delle misere scarpe. E così dovevano camminare nella neve sino alle ginocchia!

54. Perché lo faceva proprio Teresa, senza la mamma e la zia? Negli anni di Stalin c’era una famigerata legge “di tre spighe” secondo la quale la povera ragazza commetteva un grave crimine. Se qualcuno l’avesse vista e denunciata doveva essere condannata a cinque-dieci anni di gulag. Ma Teresa era ancora minorenne, le persone adulte avrebbero ricevuto una condanna più lunga, lasciando morire i bambini senza le madri.

55. In questi villaggi non sapevano che erano italiani, cioè “fascisti”.

56. Il fiume Giabajka, affluente dell’Iscim.

57. Ho fatto una domanda al signor De Martino: “Sta alludendo?” “Sì” “Ma a che cosa? Vuol dire che questa morte improvvisa è stata causata dal NKVD?” “Sì.” “Ma perché non ne dice apertamente, ora?” Non mi ha risposto. Solo dondolava il capo senza dire una parola e sorrideva triste triste. O Dio misericordioso, come siamo ancora impauriti noi tutti!”

58. In realtà, come già detto, i Tedeschi furono deportati nell’agosto 1941.

59. Come si vede da questa testimonianza, la deportazione proseguì anche in febbraio.

60. Cioè Pietro, figlio di Sebastiano.