L’olocausto sconosciuto:

lo sterminio degli Italiani di Crimea


(Seconda Edizione - Roma - Marzo 2008)

Giulia Giacchetti Boico e Prof. Giulio Vignoli

(riproduzione in formato internet accordato dagli autori esclusivamente a www.ItalianiNelMondo.com)


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INDICE SOMMARIO

- Dedicatoria e Ringraziamenti

- Sinossi

I. La minoranza italiana di Crimea. Gli antefatti

II. Le purghe staliniane e la deportazione

III. Situazione attuale della minoranza italiana in Crimea

IV. La diaspora della minoranza in Russia, Cazachistan, Uzbechistan, ecc

V. Parlano i testimoni

Bartolomeo Evangelista, Angelina Cassinelli, Paola Evangelista, Pietro Pergalo, Leonida Rizzolatti, Tokareva Natalia, Zia Speranza (Boico), Giulia Boico, Anatolij De Martino, Maria Nenno (Bjeloserzeva), Paolina Evangelista, Paolo Evangelista, Direzione regionale degli Interni, Dichiarazione del KGB


CONCLUSIONI

a) Necessità che la Repubblica di Ucraina e la Repubblica autonoma di Crimea riconoscano ufficialmente la deportazione degli Italiani

b) Necessità che la Repubblica Italiana restituisca la cittadinanza agli Italiani di Crimea e loro discendenti maschili e femminili che la richiedono


APPENDICI

1. Elenco delle famiglie di origine italiana abitanti un tempo, o tuttora, in Crimea

2. Itinerario della Deportazione

3. Documenti e Stampa (risposta della Direzione regionali degli interni, dichiarazione del KGB, articolo di Marco Brando)

4. Fotografie (Disegno di Kerc nel 1856, foto di Pietro Giacchetti, Polina Delerno, Natascia De Lerno Tocareva, Speranza Giacchetti Denisova, Natale De Martino, Pietro Pergalo, Larissa Giacchetti Sciskina)


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DEDICATORIA E RINGRAZIAMENTI

Alla memoria degli Italiani di Crimea perseguitati, uccisi, sepolti senza croce.

Si ringrazia sentitamente per la fattiva collaborazione: Anastasia ed Eugenio Boico, Natascia De Lerno Tocareva, Natale (Anatolij) De Martino Cernjavskij, Paolina Evangelista Scesterjonkina, Paolo Evangelista, Speranza Giacchetti Denissova, Larissa Giacchetti Sciskina, Margarita Leconte Lebedinskaya, Maria Nenno Bieloserzeva, Pietro Pergalo, Giorgio Reingard, Leonida Rizzolatti, Tatiana Sapova, Oksana Saulina.

La ricerca è stata effettuata grazie al contributo finanziario di: avv. Gian Nicola Amoretti, presidente nazionale Unione Monarchica Italiana (Roma – Italia); Associazione “Ponte di solidarietà” (Cormano, Milano – Italia); comm. Sergio Boschiero, segretario nazionale Unione Monarchica Italiana (Roma – Italia); Centro Studi “Domenico Grandi” (Corinaldo, Ancona – Italia); Colonnelli s.a s. Gestioni Patrimoniali Immobiliari (Genova – Italia); S.A.R. il principe Aimone di Savoia, duca d’Aosta (Mosca – Russia); S.A.R. la principessa Maria Gabriella di Savoia, figlia di S.M. il re d’Italia Umberto II (Ginevra – Svizzera); prof. Maria Antonietta Falchi dell’Università di Genova (Italia); Fondazione G. D. Pessina (Lugano – Svizzera); prof. Antonio Fontana dell’Università di Genova (Italia); dott. Maurizio Ortona (Genova – Italia); Giovanni Serafini (Carrara – Italia); dott. Giuseppe Tarò, console di Polonia (Genova – Italia); avv. Francesco Vignoli, procuratore dello Stato (Milano – Italia).


SINOSSI

Dal 1830 fino alla fine del Secolo XIX un flusso migratorio italiano, composto soprattutto di Pugliesi, interessò la Crimea allora appartenente alla Russia zarista. Con l’avvento del comunismo il destino di questa comunità, alcune migliaia di persone, divenne problematico per poi precipitare verso un tragico destino.

In particolare il pamphlet rievoca la drammatica vicenda, per lo più ignota e comunque sempre ignorata da chi avrebbe dovuto e dovrebbe occuparsene, di questi Italiani, di questa vera e propria minoranza nazionale della Crimea, dalle persecuzioni nel periodo stalinista alla deportazione nel 1942 in Cazachistan, alla fame, agli stenti, alla morte di molti nelle steppe dell’Asia, per giungere fino ai nostri giorni. La pubblicazione, arricchita da importantissimi ed inediti documenti e testimonianze, vuole pubblicizzare i terribili eventi patiti dagli Italiani (uomini, donne, vecchi e bambini) e sensibilizzare l’opinione pubblica e la classe politica dell’Ucraina e dell’Italia alle difficili condizioni in cui tuttora vivono i sopravvissuti in Crimea e la diaspora negli Stati della ex Unione Sovietica. Ad essi deve essere resa giustizia.

Giulia Giacchetti Boico, nipote di deportati, da anni raccoglie materiale sulla deportazione degli Italiani di Crimea. E’ la memoria storica della Comunità degli Italiani di Kerc (Crimea, Ucraina). Può essere definita “tout court” il “genius loci”.

Giulio Vignoli è professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova (Italia). Da tempo si occupa delle minoranze italiane che vivono nell’Europa Orientale e della loro tutela. In argomento ha pubblicato vari libri, tale "Gli italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa. Saggi e interventi (Giuffre' 2000)" e "I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica italiana agraristica (Giuffre' 1995)".


I. LA MINORANZA ITALIANA DI CRIMEA. GLI ANTEFATTI

La Crimea aveva conosciuto già in epoca medioevale fiorenti colonie commerciali veneziane e genovesi (basti pensare alla genovese Caffa, l’attuale Feodosia), scomparse poi per le successive invasioni di Turchi, ecc. che costrinsero all’esodo i loro abitanti, quando non li uccisero.

Tralasciando secoli di storia, anche di grande interesse -ma vogliamo soffermarci solo sull’ argomento oggetto di questo pamphlet- ricordiamo tuttavia che nel 1854 nonostante la colonizzazione russa, i Tartari costituivano ancora il 60% circa della popolazione di Crimea ed il resto era composto da varie nazionalità: Russi, Ucraini, Greci, Turchi, Ebrei, Polacchi, Armeni, Tedeschi ed altre popolazioni di origine asiatica che si erano spinte fin là. La Crimea, insomma, ancora nella seconda metà dell’Ottocento, presentava il carattere di regione multiculturale e mistilingue.

Nel 1830 e nel 1870 giungono in Crimea, e precisamente nel territorio di Kerc, allettati dalle promesse di buoni guadagni e dal miraggio di fertili terre quasi vergini, due flussi migratori dall’Italia, altri poi se ne aggiunsero, chiamati da parenti e conoscenti ormai sul posto. Sono soprattutto agricoltori, marinai (pescatori, nostromi, piloti, capitani) ed addetti alla cantieristica navale: la città di Kerc si trova infatti sull’omonimo stretto che collega il Mar Nero con il Mar d’Azov e sta diventando un porto importante.

La chiesa cattolica romana di Kerc portava sulla facciata una lapide a ricordo della sua costruzione nel 1840 ad opera degli Italiani (fu terminata nel 1840 e il 19 marzo 1840 fu consacrata). In quell’epoca nella città c’erano 30 famiglie cattoliche, quasi tutte italiane. La lapide, poi distrutta dai comunisti negli anni ’30, era scritta in latino o in italiano, ci sono versioni diverse. Da ultimo la lapide, posta successivamente, che indicava la costruzione quale monumento artistico, è stata rubata perché di metallo, per venderla al mercato nero. La chiesa sarebbe stata progettata dall’architetto piemontese Alessandro Digbi che molto operò a Kerc.

Quanti sono in tutto questi Italiani? Le fonti consultate parlano di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia: Bisceglie, Molfetta, Trani, Bari sono i luoghi di origine. Nella risposta ad una interrogazione data in Commissione Affari esteri del Parlamento italiano il 17 settembre 1997, si afferma che gli Italiani si sarebbero stabiliti in Crimea “a partire dal secolo XVIII” prevalentemente nelle città di Kerc e di Feodosia “provenienti essenzialmente dalla Campania e dalla Puglia (oltre che dalla Liguria e da altre regioni tirreniche)”. Ma di queste origini tirreniche si sarebbe perso il ricordo giacchè gli attuali discendenti affermano di essere d’origine pugliese ed i loro cognomi la comprovano (eventuali coloni italiani fatti arrivare da Caterina II o sono tornati in patria o furono completamente russificati). Qualche famiglia afferma un’origine regionale diversa, ma difficile da dimostrare. Sembra vi siano addirittura dei discendenti di Garibaldi, ma le loro tracce si sono perse da tempo. Un nipote dell’Eroe dei due mondi, discendente da un fratello, vissuto a Feodosia, fu fucilato negli Anni ’30.

Spesso i dati sembrano riferirsi ai soli occupati nell’agricoltura -più facili forse a conteggiarsi- che non anche a tutti gli altri, ciò che aumenterebbe la cifra totale oltre i duemila indicati.

Le difficoltà di comunicazione con l’Italia contribuirono a preservare in questi gruppi le tradizioni originarie ed in particolare la parlata caratteristica. Resta comunque il fatto che l’immigrazione di Italiani in Crimea era stata favorita alla fine del 1800 ed all’inizio del Novecento dalle autorità imperiali russe per sviluppare varie attività agricole, soprattutto la coltivazione della vite e la produzione di vino. Bisogna ricordare che nell’Ottocento delle comunità italiane esistevano anche a Feodosia, Odessa, Nikolaev, Novorossijsk, Mariupol, Berdjansk, Batumi ed in altri porti dei Mari Nero e d’Azov.

Secondo dati frammentari forniti dal Comitato Statale Ucraino per le Nazionalità, gli Italiani costituivano l’1,8% della popolazione della Provincia di Kerc nel censimento del 1897, percentuale passata al 2% in quello del 1921. Alcune fonti parlano di tremila persone. Con l’avvento del comunismo inizia però il calvario per questi nostri connazionali ed il rimpatrio di parte di essi.

La storia di questa piccola comunità viene ad intrecciarsi con la complessa tragedia del comunismo e svolge un ruolo nei variegati rapporti politici e diplomatici fra Italia fascista e Unione Sovietica. Gli Italiani di Crimea, loro malgrado, vengono a costituire un tassello, una tessera, del sanguinoso mosaico comunista, recitano una parte nel dramma dei popoli perseguitati e sterminati dalla follia criminale del comunismo.

Nel 1920 la nostra comunità ha la chiesa cattolica romana, terminata come si è detto nel 1840, con il suo parroco, dispone di una scuola elementare, fondata all’inizio del secolo, ed anche era stata creata una società di beneficenza e un club con biblioteca. La comunità intrattiene rapporti con le rappresentanze diplomatiche italiane.

A metà degli anni ’20 cominciarono ad occuparsi della minoranza italiana gli emigrati politici antifascisti rifugiati in U.R.S.S., che saranno poi sterminati da Stalin. Questi “fuoriusciti” comunisti, rifugiati in U.R.S.S., in quanto perseguitati dal fascismo, troveranno quasi tutti orribile fine per mano dei loro stessi compagni sovietici, con l’accusa di tradimento, di deviazionismo, ecc.

La collettivizzazione forzata delle campagne, con le conseguenti repressioni, perquisizioni, requisizioni, arresti, epurazioni provoca un rientro di molti Italiani. Ma per vari motivi, come si vedrà, non tutti riescono a tornare in Italia. Anche il Comitato statale ucraino per le nazionalità registra un calo degli Italiani, scesi nel censimento del 1933 all’1,3% della popolazione della provincia di Kerc. Il peggio deve venire: nel 1935-38 seguiranno le purghe staliniane.

Nell’ambito della collettivizzazione delle campagne le autorità comuniste promuovono la costituzione di un colcos italiano, nell’immediate vicinanze della città (a quindici minuti a piedi da Kerc afferma un documento russo), che prende il nome di “Sacco e Vanzetti” a ricordo dei due anarchici giustiziati negli Stati Uniti. Ciò avviene fra non poche difficoltà: gli Italiani, piccoli proprietari terrieri, resistono all’iniziativa di conferire la propria terra: chi può, parte per l’Italia.

L’idea di creare vari colcos, divisi per gruppi nazionali minoritari, provoca la nascita di ben 16 colcos, tante erano ancora all’epoca le minoranze nazionali in Crimea, nonostante tutto.

Le autorità moscovite ritengono di poter utilizzare gli esuli italiani antifascisti anche con riferimento a questa nostra comunità. Vengono inviati a Kerc attivisti del partito comunista italiano che fanno propaganda antifascista, marxista, atea e provocheranno la chiusura della chiesa e l’allontanamento del parroco, al contempo si impadroniranno della scuola.

Dante Corneli, che trascorse 24 anni in Siberia e, tornato in Italia, denunciò fino alla fine dei suoi giorni i crimini di Stalin e la dirigenza italiana comunista che ne fu complice, nella sua pubblicazione, Lo stalinismo in Italia e nell’emigrazione antifascista. Elenco delle vittime italiane dello stalinismo. (Dalla lettera “A” alla “L”), Quinto libro (1981), parla del “dramma di oltre duemila italiani della Colonia Agricola di Kerc (Crimea)”.

Per il Corneli, oltre gli Italiani dell’emigrazione ottocentesca, altri Italiani si sarebbero trovati, all’epoca, in diverse parti del Mar Nero e dell’Ucraina, discendenti di ex prigionieri della guerra di Crimea (1854) ed ex prigionieri della prima guerra mondiale (1914-1918). Affermazioni che però non trovano conferma nei ricordi degli Italiani attualmente residenti a Kerc. Ci sono alcune famiglie convinte di essere discendenti di quei prigionieri, ma non si è mai visto nessun documento che lo comprovi (probabilmente sono solo leggende di famiglia). Inoltre nel caso di ex prigionieri della Grande Guerra si sarebbe necessariamente trattato solo di trentini e di giuliani ex sudditi dell’Austria, infatti nella guerra Russia e Italia furono alleate; e poi non si comprende perché sarebbero stati tenuti in prigionia proprio in Crimea.

Comunque, per il Corneli “la sola colonia agricola di Kerc contava oltre duemila persone”. Altri svolgevano attività diverse nelle città di Kerc, Feodosia, Novorossijsk ed in altre parti della Crimea e del Mar Nero. Diversi lavoravano nel grande centro siderurgico, sorto verso la fine dell’Ottocento; altri prestavano servizio nella marina mercantile sovietica e nella flottiglia peschereccia.

A cominciare dal 1922-24, ricorda sempre il Corneli, con l’arrivo degli emigrati politici italiani, della colonia di Kerc si occupa il partito comunista italiano attraverso il Comitato per l’emigrazione. Nel 1924 per iniziativa dell’ex deputato comunista Anselmo Marabini viene organizzata la cooperativa agricola che poi prese il nome di “Sacco e Vanzetti” e che trovò pieno appoggio da parte delle autorità sovietiche ma forti resistenze da parte dei nostri connazionali.

L’emigrazione italiana comunista –ricorda il Corneli- assunse il patronato su di essa. A Kerc venivano inviati “compagni” a svolgere propaganda, ad insegnare la lingua italiana, si svolgeva intensa propaganda antifascista. Diversi emigrati politici che arrivavano in U.R.S.S., venivano inviati a lavorare nella cooperativa di Kerc, al tempo stesso i dirigenti della cooperativa si recavano a Mosca, il Marabini li accompagnava dal Commissario del Popolo per l’agricoltura, perorava ed otteneva aiuti materiali e finanziari e macchine agricole per sviluppare il colcos in modo che fosse d’esempio ai contadini della zona.

Dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche fra Italia ed U.R.S.S., interrotte per alcuni anni a seguito della Rivoluzione d’Ottobre, il governo italiano riprese ad interessarsi della minoranza italiana attraverso l’ambasciata di Mosca ed il consolato generale di Odessa.

Con sopralluoghi e attraverso fiduciari e “fonti d’informazione” le nostre rappresentanze diplomatiche seguivano ciò che avveniva nella comunità italiana. Il Corneli riferisce di alcuni messaggi a Roma da parte dell’ambasciata italiana a Mosca: “Il P.C.I. [partito comunista italiano] svolge intenso lavoro nella colonia di Kerc per sottrarla all’influenza del Regio console di Odessa”. Il 18 luglio 1930 il consolato comunica all’ambasciata a Mosca (e questa riferisce a Roma) che: “Circa tre mesi fa a Kerc è stato aperto il Club comunista italiano”. Il 30 settembre successivo il consolato fa presente: “E’ risultato che l’attività comunista sull’elemento italiano di Kerc si riduce a ben poca cosa”.

A proposito della collettivizzazione delle terre (che trova -come si è detto- forte opposizione a nche da parte dei contadini italiani) il consolato riferisce di “repressioni, perquisizioni, requisizioni ed arresti e deportazioni di nostri connazionali”. Il consolato comunicava anche che il Club comunista era poco frequentato, che a Kerc arrivavano propagandisti da Mosca, facendone i nomi. Trasmetteva inoltre un elenco di coloni passati alla cittadinanza sovietica e di emigrati politici arrivati a Kerc, ritenendo necessaria “l’istituzione di un viceconsolato a Kerc”.

E’ in questo periodo che Paolo Robotti, famigerata figura di spicco fra i comunisti rifugiati in U.R.S.S. (è anche cognato di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista italiano), visita la minoranza, periodo nel quale viene chiusa la chiesa e rimandato in Italia il parroco.

Il Robotti ricorda nelle sue memorie (La prova) che l’economia del circondario di Kerc era, comunque, in complesso, ancora prevalentemente agricola. Un’altra risorsa locale era la pesca. “Quando vi andai gli italiani erano circa 2000, in prevalenza dediti all’agricoltura”, originari di Bari e provincia, attratti dalla fertile terra di Kerc e dal mare ricco di pesce, ma anche impiegati nelle ferriere e nelle cave.

Circa il colcos, il Robotti conferma l’avversione dei “più benestanti” “che il consolato fascista italiano di Odessa tentò di sfruttare e alimentare”. Anche il Robotti precisa che venne stimolata la creazione di colcos secondo la nazionalità dei contadini. Oltre gli Italiani, c’erano Armeni, Greci, Turchi, Bulgari, Albanesi, Ucraini, ecc.; in tutto sedici colcos vennero costituiti secondo la nazionalità ed in testa a tutti, per attività e rendimento, ci sarebbero stati il colcos armeno e quello italiano. Il patrimonio zootecnico, stando al Robotti, era costituito da circa 80 mucche, circa 200 pecore ed altrettanti maiali e da alcune decine di cavalli, terra posseduta 870 ettari. Il colcos era specializzato per il grano, le vigne e gli ortaggi. Sempre secondo il Robotti il colcos sarebbe stato composto da oltre 100 famiglie, presidente e direttore due membri del “partito bolscevico”. Presidente del colcos fu Simone, l’altro fu Carbone che era anche segretario della cellula locale del partito comunista.

Dalle stesse forse involontarie parole del Robotti risulta che, anche calcolando ogni famiglia composta da 10 unità (e ci sembra già molto), solo una metà degli Italiani di Kerc aveva aderito al colcos. Nell’organizzazione dei colcos fino all’inizio degli anni Sessanta tutti i colcosiani dell’Unione Sovietica non avevano un documento d’identità sovietico, solo dei libretti di lavoro con i “trudodni” (v. dopo). Questo era fatto per non lasciarli fuggire dai colcos o cercare del lavoro in una città: senza i documenti non furono che “servi della gleba” statali, non potevano partire senza il permesso del presidente del colcos o scegliere dove lavorare, cioè non erano liberi.

“Un sacerdote italiano -prosegue testualmente il racconto del Robotti- lunga mano (sic!) del consolato di Odessa, fondò una scuola [veramente la scuola esisteva da molto tempo!] accanto alla chiesa cattolica e le autorità sovietiche locali lo lasciarono fare, anche se egli spingeva la sua attività oltre i limiti del dovere religioso. Un agente del consolato fascista (afferma sempre il Robotti) andava periodicamente a Kerc per tenere i contatti non tanto con i connazionali -che avevano quasi tutti ancora il passaporto italiano- quanto con i contadini più abbienti e stimolarli a combattere quelli che componevano il colcos”. Naturalmente le affermazioni del Robotti, data la sua fede comunista, vanno prese con ampio margine di dubbio.

La sezione italiana del Club degli emigrati politici di Mosca decise di intervenire inviando a Kerc “compagni italiani” e di assumersi il “patronato del colcos”. Conclusione: “il consolato fu costretto a smettere i suoi intrighi, il numero delle famiglie contadine aderenti al colcos aumentò; parecchi contadini benestanti sgombrarono il terreno e se ne tornarono in Italia [perdendo tutto, aggiungiamo noi]. Alla fine del 1932 -conclude il Robotti- anche il sacerdote italiano se ne andò, chiudendo chiesa e scuola”. L’opera nefasta del Robotti e dei suoi compari comunisti era compiuta. Non risulta che il Robotti si sia mai interessato nel dopoguerra degli Italiani rimasti. Forse non seppe mai che grazie alla criminale ideologia da lui abbracciata, essi persero tutti gli averi e spesso anche libertà e vita. Robotti, sia detto per inciso, diverrà anche tristemente noto per il ruolo svolto fra i prigionieri italiani in Russia nella II Guerra mondiale: ne sarà aguzzino assieme ad altri rinnegati italiani.

I “compagni” moscoviti inviarono poi elementi fidati per insegnare e la scuola fu riaperta per le prime tre classi. Dalla IV classe gli alunni passavano alla normale scuola locale. La chiesa venne riaperta solo la domenica per chi volesse andarvi a pregare. Naturalmente a nessun sacerdote fu permesso di prendere il posto di quello cacciato.

Ricordiamo che prima della guerra il giornale di Kerc Kercenskij Rabocij pubblicava regolarmente alcuni articoli, oltre che in russo e ucraino, anche in greco e in italiano.

Ulteriori notizie anche con riferimento agli emissari moscoviti sono fornite da Caccavale nel suo libro La speranza di Stalin. Tragedia dell’antifascismo nell’U.R.S.S. Anche Giuliano Paietta (fratello del più noto Giancarlo futuro altissimo esponente del partito comunista italiano e osannato politicante dell’Italia del dopoguerra) racconta brevemente nelle sue memorie (Russia 1932-34, Roma, 1985) degli Italiani di Kerc fra i quali soggiornò circa sei mesi nel 1934. Non risulta che successivamente il Paietta si sia mai preoccupato di quale fosse stata la sorte e di dove fossero andati a finire questi suoi connazionali.


II. LE PURGHE STALIANE E LA DEPORTAZIONE

Malgrado la collettivizzazione forzata delle campagne (1930-33) con i conseguenti arresti e persecuzioni e le purghe staliniane (1935-38), secondo l’accademico russo Vladimir Fedorovic Sismarev (che fece oggetto di studi questa comunità e sul quale torneremo) a Kerc, nel 1940, ci sarebbero stati ancora 1.100 Italiani più altri a Teodosia, a Taganrog, Kerson e Krasnodar.

Come si è detto, nel 1933 solamente a Kerc e nel suo circondario gli Italiani erano ancora l’1,3% (il 2% nel 1921!) della popolazione e quindi, secondo i calcoli 1.320 unità, a fronte del 71,6% di Russi, l’8,8% di Ucraini, il 7,7% di Ebrei, il 3,9% di Tartari (è evidente la russificazione nel frattempo intervenuta), il 2,1 di Greci, 1,9 di Armeni; seguivano altre minoranze (Tedeschi 0,5%, Bulgari 0,1%, ecc.). E’ manifesta la progressiva emorragia patita dalla minoranza italiana.

Durante le “purghe” e repressioni del periodo 1933-37 molti Italiani, accusati di essere spie italiane, furono infatti arrestati, torturati e poi alcuni fucilati, altri mandati nei lager dove morirono quasi tutti. Ad esempio, quattro fratelli della nonna di Giulia Boico furono arrestati, due furono successivamente fucilati ed uno scomparve nei gulag siberiani, mentre il quarto dopo esser stato nel lager, tornò a casa per essere poi deportato con il resto del suo popolo.

Nelle purghe staliniane scomparve anche Saverio Parenti. Il figlio Gennaro ha rievocato la dolorosa vicenda in una intervista rilasciata a Giulio Vignoli in Albisola Superiore (Savona-Italia), dove abita, il 14 luglio 1998.

La prima epurazione -racconta il comandante Parenti, che ha sentito anche lui (come il padre) il richiamo del mare ed ha navigato per 40 anni, comandando navi e piroscafi- avvenne nel 1933, la seconda, più ampia, nel 1937.

Nel 1937 suo padre ed il padre di Antonio Di Fonzio (altro nativo di Kerc, abitante ora a Genova e contattato telefonicamente da Giulio Vignoli) vengono arrestati e portati via, forse in Siberia; di loro non si saprà più niente, spariti nel nulla.

Mio padre, ricorda il figlio dopo tanti anni, piangeva in casa e si disperava con la famiglia dopo l’avviso di presentarsi alla polizia per essere interrogato. Temeva il peggio, ma non poteva fuggire anche volendolo, non c’era un posto dove rifugiarsi. Il piccolo Gennaro vide il padre l’ultima volta dalla strada, sul camion che passava assieme agli altri prigionieri. “C’era la neve -ricorda- la mamma mi prese in braccio e mi alzò sulle sue braccia in alto perché papà potesse notarmi”. Non si seppe più niente. Con lui sparirono tre zii e tutti gli altri. L’accusa era stata di spionaggio, perché d’origine italiana. Saverio Parenti era stato un marinaio, pilota nello stretto di Kerc, come altri Italiani, tutti naviganti, chi di lungo corso, chi di cabottaggio.

Gennarino e la madre riuscirono fortunosamente a sfuggire alla deportazione: si trasferirono all’interno del paese. Poi, quando l’esercito italiano si ritirò dall’Ucraina (durante la seconda guerra mondiale), la madre riuscì ad ottenere un posto per sé ed il figlioletto su un camion militare italiano e giunsero così a Genova nel marzo 1943.

L’Italia distrutta del ’43 apparve a Gennaro Parenti un paradiso a confronto con la Crimea. Là non c’era neppure di che mangiare, si sfamavano con grano bruciato. L’Opera Balilla (opera assistenziale per l’infanzia creata dal fascismo), in via Cesarea -ricorda con precisione- gli fornì del vestiario ed un paio di scarpe. Erano le prime scarpe che il piccolo Gennaro avesse mai posseduto!

Con la “liberazione” da parte dell’Armata Rossa della Crimea e del Nord Caucaso, occupati nel novembre 1941 dalle truppe tedesche, le minoranze nazionali presenti sul territorio (e quindi anche l’italiana) vengono deportate in quanto popolazioni dichiarate fasciste. Per la precisione la minoranza tedesca era già stata deportata nell’agosto 1941 all’avvicinarsi dell’esercito tedesco; Tartari di Crimea, Greci, Polacchi, Bulgari, Romeni, Karaimi ed altri nel maggio 1944 dopo la seconda “liberazione” della penisola di Crimea. La minoranza più numerosa, quella dei Tartari, è partita dalla Crimea il 18-20 maggio 1944, e proprio questa data (il 18) è stata stabilita ufficialmente in Ucraina quale giorno della memoria dei deportati. Solo agli Italiani toccò essere deportati nel gennaio-marzo 1942, come si vedrà. Anche la deportazione dei Ceceni dal Caucaso è cominciata nel 1944. Sicuramente Tartari e Ceceni vennero accusati di collaborazionismo.

Si ottiene così ciò che veramente si vuole: la completa russificazione del territorio. Chruscev nel suo rapporto al XX Congresso del P.C.U.S. (febbraio 1956) definì questa immane deportazione quale un “brutale, mostruoso genocidio di popoli” ed aggiungeva che “gli Ucraini erano sfuggiti a questa sorte, solo perché erano troppi (circa 40 milioni) e non vi era luogo dove deportarli”.

In particolare Kerc fu occupata dai Tedeschi il 16 novembre 1941 e ripresa dai sovietici il 30 dicembre successivo, dopo circa sei-sette settimane di occupazione. Agli ultimi di gennaio 1942 (il 29 o il 30 gennaio – più spesso si afferma il 29, anche la nonna di Giulia Boico diceva il 29. Probabilmente non tutte le famiglie hanno ricevuto l’ordine lo stesso giorno) incominciò la deportazione degli Italiani. Ci fu anche chi venne deportato a febbraio (v. le memorie di Maria Nenno).

Ci fu altresì una seconda occupazione tedesca di Kerc, dal 19 maggio 1942 all’11 aprile 1944, ma la deportazione degli Italiani avvenne dopo la prima “liberazione” della città. Per la precisione l’elenco delle famiglie italiane fu effettuato dai Tedeschi che pare avessero scambiato i bruni Italiani per Ebrei. Questo elenco fu poi adoperato dai sovietici per la deportazione.

La maggior parte degli Italiani deportati erano di seconda generazione, con dei vecchi di prima e i piccoli di terza. Solo pochi discendenti degli emigranti arrivati alla metà dell’Ottocento erano di quarta e quinta generazione. Fu permesso di portare ai deportati pochi chili di indumenti e generi di conforto a testa, il preavviso della deportazione fu chi dice di un’ora e mezza chi due ore. Nei carri bestiame il viaggio durò quasi due mesi –dal 29 gennaio fino agli ultimi di marzo.

Durante il viaggio la maggioranza dei bambini e dei vecchi morirono, per malattie, fame e freddo, per gli strapazzi. I cadaveri vennero abbandonati nelle stazioni dove il convoglio sostava. Il viaggio durò così a lungo perché questi carri non furono che un terribile carcere con le ruote che lasciava passare tutti gli altri treni, dunque per la maggior parte del viaggio il treno sostò in mezzo alla steppa. Solo una volta al giorno era permesso scendere dai vagoni per i bisogni corporali e il candore delle nevi abbagliava la vista dei deportati abituati a rimanere sempre al buio.

Diversi sopravvissuti, per lo choc subito, si sono rifiutati di rievocare la deportazione a 65 anni di distanza.

Tutti questi nostri Italiani, giunti nei luoghi di deportazione, furono sempre sotto la sorveglianza speciale del NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni) e fu quasi impossibile eluderla. Fu proibito traslocare senza permesso, anche cambiare casa nella stessa località, tutto questo sarebbe stato considerato come un tentativo di evasione punito col gulag. Se qualcuno scompariva nella steppa ed il cadavere non veniva ritrovato, era ricercato come fuggitivo. Vi furono molti tentativi di fuga falliti, tranne, sembra, uno solo riuscito. Una italiana che durante il viaggio di deportazione aveva perso due figli di tre, sarebbe riuscita a fuggire con l’ultima figlia. Furono cercate dal NKVD per molti anni. Approfittando del disordine causato dalla guerra avrebbe sostituito i suoi documenti, prendendo quelli di una donna russa morta. Giulia Boico credette per anni che si trattasse di una leggenda, ma Margherita Le Conte, già presidente della Comunità degli Italiani di Kerc, conferma l’episodio. Forse si tratta del caso di Paolina Evangelista (vedi sotto le sue memorie).

Secondo una stima approssimativa, possiamo affermare che in seguito alla deportazione, più di cinquecento Italiani di Kerc perirono tragicamente.

Già essendo deportati, molti Italiani furono obbligati alla schiavitù della Trudarmia (la “armata del lavoro”). TRUDARMIA è la sigla dell’Armata del lavoro in russo. Si tratta dei lavori coatti per le persone dai 14 anni in su, uomini e donne, idonei per il lavoro, delle categorie “sospette”: cioè i membri delle famiglie dei kulaki e di alcune minoranze nazionali (Italiani, Tedeschi, ecc.), già deportate o no. Queste persone le prendeva di solito l’ufficio di leva, come se fossero dei coscritti, quando le autorità avevano bisogno di manodopera gratuita per il lavoro più faticoso: caricare e scaricare, scavare trincee, abbattere alberi, ecc. Tutto era molto simile ad un lager: vivevano chiusi in baracche, lavoravano scortati da guardie armate, non avevano nessun diritto. La differenza coi detenuti dei gulag era che questi ultimi erano stati accusati di qualche reato (di solito immaginario) e condannati (spesso con la messa in scena del processo) a vari periodi. Quelli in Trudarmia, invece, non erano stati accusati o condannati e lavoravano per un periodo indefinito, finchè ce n’era bisogno, di solito da due mesi a un anno. Poi li riportavano nel luogo dove erano stati presi e dove rimanevano sotto controllo ma con le famiglie. Se risorgeva la necessità, li riprendevano di nuovo e così via. Anche Matteo, il nonno di Giulia Boico, fu preso in Trudarmia, quando tornò pesava 48 chili (ed era un uomo adulto!), ma tornò vivo. Molti morirono. Ecco cosa racconta in proposito Sergio De Martino nelle sue memorie (pubblicate parzialmente in Italia da Mondatori nel libro di G. Lehner, La tragedia dei comunisti italiani): “Poi (essendo già deportato) sono stato chiamato con cartolina precetto in ufficio di leva e mandato in Armata di lavoro della città di Karagandà. Lavoravo in cava, caricavo il carbone. Al lavoro andavamo scortati da guardie, tutti i detenuti in Trudarmia: Tedeschi, Polacchi, Italiani, malgrado età, stato di famiglia, istruzione, nonostante che non sapevamo altra patria che l’Unione Sovietica. Solo una parola nei documenti che indicava la nazionalità dava il pretesto per sfiducia e sospetto di tradimento”. Poi due prigionieri della Trudarmia, due fratelli di origine tedesca, denunciarono che Sergio avrebbe detto: “Gli aerei tedeschi sono buoni”. Il risultato? Dieci anni di gulag e cinque di “privazione dei diritti”. Sergio De Martino è stato riabilitato solo nel 1975. I suoi fratelli Francesco e Giuseppe sono morti nei gulag.

Per concludere, stando alle fonti ufficiali sovietiche, nel periodo 18-20 maggio 1944 furono deportati 191.014 cittadini di nazionalità tartara (i rappresentanti della comunità tartara affermano invece di 238.500 deportati, 86,4% donne e bambini) più quasi 40 mila di altre nazionalità in 67 convogli verso l’Asia, per lo più l’Uzbechistan. L’ordine di deportazione del 1944 fu preparato da Berija e firmato da Stalin il 10 maggio. Sempre secondo i dati ufficiali durante il primo anno di deportazione morì un deportato su cinque (statistica totale per tutte le minoranze deportate). Ma è logico supporre che il numero delle vittime della comunità italiana possa superare il livello statisticamente medio perché, essendo deportati d’inverno, morivano anche di freddo. Allora, secondo una stima approssimativa, possiamo confermare che in seguito alla deportazione più di cinquecento Italiani di Kerc perirono tragicamente. Solo il 14 novembre 1989 il Soviet Supremo dichiarò illegale la deportazione.

Secondo fonti di stampa contemporanea di Kerc l’ordine di deportazione del 1944 sarebbe stato firmato l’11 maggio dal Consiglio di Difesa (secondo altri dati il 10 maggio da Stalin personalmente, come si è detto). La deportazione dei Tartari sarebbe cominciata all’alba del 18 maggio e verso le ore 16 del 20 successivo tutte le famiglie di questa minoranza caricate sui convogli. I Greci (15 mila), i Bulgari (12,5 mila) e gli Armeni (più di 11 mila) furono mandati in esilio il 27-28 giugno 1944.

Per la precisione la deportazione degli Italiani si svolse secondo il seguente tragitto e le seguenti modalità. Il viaggio traversò il territorio di sette Stati, ora indipendenti: Ucraina, Russia, Georgia, Azerbaigian, Turchmenistan, Uzbechistan e Cazachistan. La deportazione avvenne parte via mare e parte via terra: via mare da Kerc a Novorossijsk, sulla sponda orientale del Mar Nero, poi nei vagoni piombati fino a Bachu, quindi fu attraversato il mar Caspio fino a Krasnovodsk e infine, nuovamente con la ferrovia, sino ad Atbasar in Cazachistan dove vennero sistemati parte a Caragandà e parte ad Akmolinsk ed altri centri attorno in baracche e locali di fortuna. Là nelle baracche furono abbandonati e cercarono erbe e radici commestibili per nutrirsi, usando i tramezzi e le assi delle baracche come legna da ardere per non lasciarsi morire dal freddo. Si sa di alcuni che cercando da mangiare, si sono smarriti nella steppa e sono morti dal freddo o anche per gli attacchi dei lupi.

In tali condizioni i decessi anche nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi, per malattie, per stenti, per fame, come risulta chiaramente e ampiamente al cap. V “Parlano i testimoni”. Agli agghiaccianti racconti dei superstiti rinviamo il lettore. Per lunghi anni ai deportati fu proibito di lasciare il luogo di deportazione.


III. SITUAZIONE ATTUALE DELLA MINORANZA ITALIANA IN CRIMEA

Caduto il comunismo, smembratasi l’U.R.S.S., riacquistata l’indipendenza l’Ucraina, la Crimea, sia pure come Repubblica autonoma, si è ritrovata a far parte di questa. Le antiche minoranze, espulse dal territorio, hanno cercato in parte di ritornare e di organizzarsi.

Dopo la morte di Stalin, alla fine degli anni ’50, alcuni Italiani già deportati riuscirono a tornare a Kerc e così altri negli anni successivi. I loro beni erano stati tutti confiscati (case, terreni, ecc.) e non furono restituiti. Dovettero adattarsi. Continuava nei loro confronti la discriminazione. Era inopportuno palesare la propria nazionalità che, comunque, risultava dagli atti di nascita e dalle carte d’identità sovietiche.

Attualmente gli Italiani in Crimea (almeno coloro che tali si dichiarano) sono più di trecento accentrati soprattutto a Kerc e a Simferopoli (il capoluogo della Crimea). Secondo il censimento del 1989 i cittadini ucraini che hanno dichiarato la nazionalità italiana sarebbero stati 316, dispersi sul territorio tranne un gruppo concentrato in Crimea (56 a Kerc e 11 a Sinferopoli). Un tempo anche a Feodosia (l’antica colonia genovese di Caffa; al museo di Feodosia si può vedere un’antica fontana con lo stemma di Genova, costruita nel 1331 da un mercante genovese) abitavano Italiani, tanto è vero che esistevano due vie denominate l’una “italiana” e l’altra “genovese”, ma all’ultimo censimento nessun abitante di questa città ha dichiarato la nazionalità italiana. Nel 1989 molti avevano ancora paura di palesare la propria origine.

La situazione economica della Crimea e di tutta l’Ucraina è drammatica. La disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi e se non ci fossero gli “orticelli di casa”, piccolissimi appezzamenti che ogni famiglia coltiva, la gente morirebbe letteralmente di fame. Da ultimo, forse, si sta un po’ meglio. Anche la situazione politica è di conseguenza incerta e fluida. Comunque la fine dell’U.R.S.S. ha fatto nascere molte speranze di libertà e di rinnovamento.

L’Associazione degli Italiani di Crimea, per l’esattezza, fu costituita ancora sotto l’URSS, ma in clima di perestrojka e quindi registrata prima della dissoluzione definitiva dell’URSS e secondo le leggi ancora sovietiche. All’inizio dell’agosto 1992, quando venne organizzata, solo a Kerc 340 persone dichiararono l’origine italiana, ma altre famiglie affermavano la loro italianità e non parteciparono alla fondazione dell’Associazione o perché ignoravano l’iniziativa, o perché non contattate. Gli iscritti sono circa 340, come detto (153 secondo l’Ambasciata italiana sic!). Prima Presidente è stata Margherita Domenikovna Lebendinskaya (Lebendynska, in ucraino) nata Le conte.

Secondo l’ultimo censimento a Kerc vivono più di cento nazionalità diverse. Ci sono sedici associazioni nazionali. E’ interessante rievocare le modalità di nascita dell’Associazione dei nostri connazionali. Nell’inverno del 1992 venne dalla città di Usinsk (Repubblica dei Comi, Siberia) Pietro Pergalo, figlio di un Italiano deportato. Aveva due scopi: 1) organizzare, o far organizzare l’associazione; 2) preparare il ritorno a Kerc della sua famiglia e di altre famiglie amiche italiane. Aveva saputo che da qualche tempo le autorità favorivano il ritorno di ex deportati, voleva informarsi su cosa fare per tornare in Crimea, ma gli impiegati del Comitato per i deportati risposero che gli Italiani non erano nell’elenco dei popoli perseguitati. Su questa posizione assunta dalle autorità ucraine torneremo ampiamente fra poco.

Pergalo aveva un breve elenco delle famiglie italiane di Kerc, ricevuto da una parente, Silvia Scoccemarro, che abitava in Drugkovka (regione di Donezk, Ucraina). Telefonava alle altre famiglie italiane, visitava tutti, convinceva di non temere, di decidersi a dichiarare apertamente l’origine e a cercare giustizia.

Purtroppo Pietro Pergalo dovette tornare per gli impegni del lavoro in Siberia prima che il lungo e faticoso iter burocratico per l’associazione fosse finito. Bisognava andare in vari uffici, fare una lunga fila, pregare, cercare i documenti, seguire i vari regolamenti, ecc., ecc. Spesso dopo la lunghissima coda dall’impiegato A si veniva inviati all’impiegato B e da B a C e così via fino all’impiegato Z che poi diceva che quel certificato era inutile!

Il faticoso lavoro venne proseguito da Laura Chiara Giacchetti (nei documenti sovietici “Larissa”, giacchè negli uffici anagrafe dell’URSS, dichiarando la nascita, bisognava indicare un nome “permesso”, scelto in un apposito elenco e nel caso di Laura i suoi genitori scelsero il nome più simile a quello dato al battesimo, e così facevano gli altri Italiani), aiutata da un gentile volontario, un pittore di origine francese, Igor Sidorenko. Pergalo pubblicò anche un articolo su un giornale di Kerc circa l’iniziativa di fondare una associazione degli Italiani con inviti ad aderire. Altri articoli seguirono: uno di Giulia, sul giornale dove lavorava, uno della giornalista Valentina Solina ed altro, oltre che annunci agli Italiani ad aderire. Infine tutti i documenti necessari furono fatti, venne redatto lo statuto e registrata l’associazione il 28 agosto 1992.

La prima Presidente dell’Associazione, Margherita Leconte, tornò con la madre a Kerc nel 1959 dal Cazachistan dove era stata deportata assieme alla famiglia, bambina. Il padre Domenico Leconte è morto l’8 agosto 1947 in Cazachistan nelle miniere d’uranio per malattia contratta sul lavoro, aveva 38 anni. Anche il nonno, Benòn (Bruno) Leconte, arrestato nel 1938 e condannato al confino in Cazachistan è morto laggiù dopo cinque anni.

Ricordiamo anche la storia della famiglia di Graziella Scolarino, l’attuale Presidente dell’Associazione degli Italiani di Kerc. La mamma di Graziella e di sua sorella Elisabetta, Ippolita Colangelo, è stata deportata in Cazachistan a 17 anni. Ora abita nuovamente a Kerc. Il fratello di Ippolita, invece, è stato ucciso: aveva incontrato, durante una sosta in un porto italiano della nave mercantile sovietica dove era imbarcato, uno dei fratelli che era rimpatriato; al rientro in URSS fu accusato di tradimento e giustiziato. Il padre, Vincenzo, deportato con la famiglia, è morto in Cazachistan, era capitano di lungo corso. Ma diverse altre famiglie avrebbero molto da raccontare, la loro sorte non è meno tragica o meno interessante: Mafioni, Fabiano, Porcelli, De Lerno, ecc.

Le condizioni in cui gli Italiani sono stati tenuti dalle autorità sovietiche ha impedito loro di emergere negli studi e nella professione.

Dal 1992 al 1997 l’Ambasciata d’Italia in Ucraina ha ricevuto 47 domande di riottenimento della cittadinanza italiana; solo due hanno avuto riscontro positivo (in base all’ultima legge sulla cittadinanza del 1992). Sussiste infatti la difficoltà di reperire i documenti richiesti dalle autorità diplomatiche italiane, documenti personali che sono andati dispersi o distrutti nella maggior parte dei casi durante la deportazione od anche sequestrati, costituendo secondo le autorità sovietiche, la “prova” del loro essere spie. Inoltre l’ufficio consolare italiano mostra un’assai scarsa solerzia per questi disgraziati Italiani e ben poca comprensione per le sventure che li hanno colpiti. I contatti avuti dallo stesso Vignoli con le autorità italiane hanno messo in luce menefreghismo ed inerzia.

I documenti personali che potrebbero confermare la loro cittadinanza furono confiscati quando avvenne la deportazione, al tempo stesso all’Archivio di Stato di Sinferopoli non si trova nulla: c’è l’elenco delle famiglie di origine italiana, ma senza indicazioni di cittadinanza Su molti documenti sovietici (ad es: il passaporto) è indicata la nazionalità italiana, dato che però va perdendosi in quanto i nuovi documenti ucraini non prevedono l’indicazione dell’appartenenza nazionale. Ovviamente essa continua a risultare nei vecchi certificati di nascita degli Italiani di Crimea ed in quelli dei genitori. Ma ciò non basta alle autorità italiane che ragionano solo in termini di cittadinanza ed ignorano il concetto di appartenenza nazionale. Cioè vogliono, o meglio, volevano, avere le prove che questi Italiani fossero stati in possesso della cittadinanza italiana (cioè del passaporto italiano) prima della guerra, prima di aver avuto quella sovietica.

Uno degli autori di questa pubblicazione, Vignoli, si è rivolto all’Archivio di Stato del Ministero degli Affari esteri a Roma per avere delucidazioni sul possesso della cittadinanza da parte degli Italiani di Crimea prima della deportazione, chiedendo di consultare le carte del Consolato italiano di Odessa e dell’Ambasciata italiana di Mosca di quel periodo. La richiesta non ha dato finora concreti risultati.

Le miserrime condizioni economiche degli Italiani rendono inoltre difficili o impossibili viaggi da città a città o al Consolato e all’Ambasciata di Kiev, distanti da Kerc 24 ore di treno, per informarsi o ricercare la documentazione richiesta. E i funzionari dell’Ambasciata o del Consolato non si scomodano certo ad andare a Kerc!

A dimostrazione della fondatezza dell’asserzione che gli Italiani avevano conservato la cittadinanza italiana fino alla deportazione, possiamo indicare il caso di quella famiglia che negli Anni Venti aveva perso il passaporto e ottenne un duplicato. Sequestrato poi quest’ultimo, come a tutti, dai sovietici, ritrovò il primo documento successivamente ed in base a questo ricuperò la cittadinanza italiana.Ricordiamo anche le citate memorie del Robotti che afferma esplicitamente come “quasi tutti [avessero] ancora il passaporto italiano”.

La Repubblica Federale Tedesca, al contrario, basandosi proprio sul valore del concetto di Nazione, ha permesso il rientro in patria dei Tedeschi del Volga e delle altre sue minoranze in Unione Sovietica e così si è comportata anche la piccola Grecia coi Greci del Mar Nero. Tedeschi e Greci che non avevano certo mai avuto il passaporto tedesco o greco giacchè il loro insediamento in quei territori risaliva a molti secoli prima. Addirittura prima della formazione come Stati di Germania e Grecia (la prima era divisa in vari Staterelli e la seconda era sotto il dominio dei Turchi)!!! L’Ucraina, da ultimo, ha emesso una legge per agevolare il rientro in patria degli stranieri di origine ucraina e concedere la cittadinanza, e la Russia fa la stessa politica verso la sua diaspora all’estero..

A fronte di tali decisioni risulta ancor più incomprensibile agli Italiani di Crimea che la Repubblica Italiana li respinga, tanto più che sono ben poche centinaia. Anche sui cognomi bisogna essere chiari: nei matrimoni misti la donna assume quello del marito, ma non è detto che il sentimento nazionale italiano sia scomparso. “Mio padre non è italiano -dice Giulia Boico- ma mi sento italiana lo stesso, così come mi ha educato la mia indimenticabile nonna”. In molti casi il cognome italiano venne russificato d’autorità. In altri, fu dolorosa necessità. C’era a Kerc una famiglia De Martino: madre, padre e tre figli adulti. Al momento della deportazione la fidanzata di Sergio era incinta. I tre fratelli furono arrestati e condannati a morte (poi la condanna fu tramutata nei lavori forzati). Solo Sergio sopravvisse. Quando tornò la figlia era già grande ed aveva il cognome della madre. (Sergio ha scritto le sue memorie già citate sopra. L’originale si trova in custodia presso il museo di Magadan).

Ecco un’altra storia: Eugenia Bassi, suo padre rimase orfano da bambinetto. Si, furono completamente russificati, anche se per tutta la vita cercarono di rinnovare i contatti con dei connazionali e di imparare l’italiano (a proposito, ancora dieci anni fa a Kerc era impossibile comprare un semplice dizionario russo-italiano o italiano-russo). Eppure Eugenia appena seppe che a Kerc si era costituita l’Associazione degli Italiani, accorse. Ora abita alla Maddalena (arcipelago presso la Sardegna). E’ partita per l’Italia come molte altre donne dell’Ucraina per lavorare, guadagnare e poter mantenere i figli; non gode di privilegi nella terra dei suoi nonni. Questa nipote di emigranti italiani avrebbe voluto arrivare alla Madrepatria in altro modo, ma non fu possibile. Era estranea in Ucraina, resta estranea in Italia.

Pietro Giacchetti ancora prima della guerra fu arrestato e fucilato con la solita imputazione di essere una spia italiana. Sua moglie dette una bustarella ad un impiegato per russificare il cognome, prese la neonata figlia Claretta e si trasferì in un’altra città sconosciuta. Chi può condannare la condotta di questa donna?

Dobbiamo respingere questi infelici?

La chiesa di rito cattolico romano dal bel pronao classico, costruita, come si è detto, dagli Italiani nella prima metà dell’Ottocento, è stata riaperta al culto solo nel 1994 (dai comunisti era stata adibita a palestra) e i cattolici la stanno volonterosamente restaurando. L’antica lapide, in latino o in italiano, distrutta dai comunisti, fu sostituita circa 20 anni fa (quando c’era la palestra) da un’altra , apposta dal Ministero della cultura in cui si leggeva in russo ed ucraino la data della costruzione con la dichiarazione “questo edificio è un monumento d’interesse storico ed artistico e si trova sotto la tutela dello Stato”. Ora anche questa, da ultimo, è stata rubata perché di metallo da ignoti ladri. Sono talmente misere le condizioni economiche in Crimea ed in tutta l’Ucraina che si rubano anche le croci di metallo dei cimiteri, i chiusini delle fogne, ecc. per venderli poi come materiale metallico.

La chiesa -a proposito, è l’unica chiesa cattolica in città- adesso è retta da un parroco polacco, don Casimiro: alle funzioni assistono soprattutto Italiani e Polacchi, ma i primi desidererebbero che nella loro chiesa officiasse anche un sacerdote italiano, almeno di quando in quando, anche per recuperare la lingua e le tradizioni religiose italiane.

A Laura/Larissa Giacchetti, l’abbiamo già citata, si deve anche se la chiesa cattolica degli Italiani potè essere salvata.

Da tempo l’edificio, perché in cattive condizioni di stabilità, non veniva più usato come palestra. La Municipalità non aveva i soldi per farlo riparare, al tempo stesso non poteva abbatterlo perché “monumento d’interesse artistico e storico”. Una setta religiosa chiese quindi di averlo con la promessa di fare le riparazioni a proprie spese. Fortunatamente un dipendente del Comune ne informò Larissa suggerendo di organizzare in fretta una “parrocchia cattolica” di almeno dieci persone e di trovare un sacerdote di rito romano (ricordiamo che in Ucraina ci sono anche molti cattolici di rito bizantino). Tutto fu fatto in due giorni. Il parroco, padre Romano, venne nel settembre 1992 da Yalta, poi la nostra Laura/Larissa mandò una lettera in Vaticano con l’indirizzo “Italia, Roma, Vatican, papa” e dopo qualche tempo ricevette la risposta firmata dallo stesso papa Giovanni Paolo II.

Padre Romano cominciò i lavori di riparazione, ma le messe inizialmente -date le condizioni della chiesa- vennero celebrate in casa dei fedeli una due volte al mese, e d’estate davanti alla chiesa, questo perché padre Romano veniva saltuariamente da Yalta. Poi venne dalla Polonia padre Casimiro e dopo qualche mese la chiesa fu riaperta. Come si è detto, la lapide originaria posta sulla facciata, fu distrutta negli Anni Trenta dai comunisti; circa venti anni fa il Ministero della cultura ne appose un’altra in russo e ucraino dove era indicata la data della costruzione e la dizione “questo edificio è un monumento d’interesse storico ed artistico che si trova sotto la tutela dello Stato”. Questa lapide, come si è detto, è stata da ultimo rubata.

Circa la conoscenza attuale della lingua italiana da parte dei nostri connazionali essa è molto scarsa, circostanza che non può certo stupire a fronte degli eventi narrati. Già il Robotti aveva notato che “per discorrere e farsi capire da questi italiani, bisognava assolutamente parlare in russo o in dialetto barese…antico!”. E che i ragazzi i quali avessero voluto, dopo la quarta classe della scuola italiana, continuare lo studio dell’italiano, dovevano frequentare i corsi serali tenuti da tal Di Giovanni. “Gli alunni -annotava il Robotti- erano solo alcune decine, perché molte famiglie preferivano mandare i loro figli alla scuola sovietica locale”. Che tale decisione fosse dovuta a pressioni politiche, pare non sfiorare la mente del Robotti.

Al momento, però, alcuni hanno ripreso a studiare l’italiano e lo conoscono in modo soddisfacente.

L’invio di libri in lingua italiana e la tenuta a Kerc di una serie di lezioni d’italiano da parte di un membro dell’Istituto italiano di cultura di Kiev sono stati promossi a cura dell’Ambasciata italiana.

Non vi è dubbio che questa piccola comunità abbia sempre mantenuto viva la convinzione di essere italiana, pur avendo perso ogni rapporto, ogni legame. La circostanza di avere questa origine italiana è rimasta sempre vivissima nei suoi membri, le tradizioni più importanti sono state rispettate come le feste religiose: la Befana che portava qualche caramella nelle scarpette o sotto il cuscino. San Nicola non si dimentica di portare libretti, matite.

Il bisnonno di Giulia voleva essere sepolto in Italia, ma non ci fu scelta. Secondo le sue ultime volontà sopra la sua tomba fu sparsa un po’ di terra italiana. Aveva quattordici anni quando, partendo dalla Patria, prese una manciata di terra da sotto un vecchio olivo vicino alla casa natale. Lo conservò per tutta la vita come un tesoro.

Da ultimo hanno costituito in qualche modo un comitato della “Società Dante Alighieri”, società preposta istituzionalmente alla promozione della cultura italiana all’estero.

Gli Italiani di Crimea ed il loro vernacolo erano stati studiati negli Anni Trenta (cioè prima della deportazione) dal glottologo e accademico russo Vladimir Fedorovic Sismarev (rectius: Sciscmariòv, ma in Italia viene ormai usata la dizione precedente) quale unico esempio di gruppo linguistico romanzo all’interno dei territori russi. La sua ricerca venne però pubblicata (probabilmente per motivi politici) molti anni dopo la sua morte avvenuta nel 1957: Romanskie poselenija na jughe Rossii (Zone romanze nel sud della Russia), Leningrado, 1975 (tradotto anche in italiano col titolo, La lingua dei pugliesi in Crimea (1930-1940), Galatina, 1978). Sismarev non considera altri gruppi forse perché si limita alle zone russofone (ricordiamo che la Crimea, ancorché ucraina, è prevalentemente russofona), non cita ad es. i Moldavi perchè non amplia al territorio dell’URSS.

Nell’estate 1998 alcuni deputati pugliesi, accompagnati dall’ambasciatore italiano a Kiev, ed altre personalità baresi, si sono recati a Kerc per incontrare la superstite minoranza italiana. Sono state fatte molte promesse che hanno suscitato ovviamente molte aspettative: “gemellaggi” fra città pugliesi e Kerc, inviti ai bambini italiani di Kerc per soggiorni vacanza in Puglia, acquisto di un’antenna parabolica per captare le TV italiane, contratti di lavoro in Italia per i membri della comunità. E’ stato incontrato anche il sindaco di Kerc.

A quanto ci risulta finora nulla si è concretizzato. Su iniziativa dell’Istituto italiano di cultura di Kiev è stato tenuto nell’anno accademico 1998-1999 un corso di italiano; docenti il prof. Franco Balloni, Roman Zabytkovsky e Simon Kumurgi che si sono recati a Kerc. L’Istituto ha anche inviato libri per una biblioteca di base e provvedendo ad altro materiale. Ha concesso due borse di studio in Italia a due ragazze di Kerc, Galia Scolarino Burcal e Natascia De Lerno Tocareva. L’Ambasciata italiana sostanzialmente si disinteressa della sua minoranza e non risponde neppure alle commoventi lettere che le vengono inviate. Insomma si assiste ad un comportamento eticamente vergognoso (Giulio Vignoli si sentì dire al telefono da un funzionario dell’Ambasciata, al quale sollecitava interventi a favore degli Italiani di Kerc, che era “un illuso”).

Anche più grave è il fatto che il governo ucraino non riconosce a tutt’oggi, incredibilmente, la deportazione degli Italiani, affermando che manca la documentazione! Ci si chiede cosa aspetti l’Ambasciata italiana finalmente ad intervenire, se del caso anche con energia. Ci risulta, sull’argomento, solo un colloquio privato avvenuto anni or sono fra l’allora ambasciatrice italiana Jolanda Brunetti ed il presidente del Consiglio della Repubblica autonoma di Crimea.


IV. LA DIASPORA DELLA MINORANZA IN RUSSIA, CAZACHISTAN, UZBECHISTAN, ECC

Come abbiamo visto, ben pochi deportati italiani sono tornati in Crimea, dopo che poterono lasciare le località di deportazione, un 10% circa. Esistono di conseguenza Italiani superstiti e loro discendenti, singoli individui o piccoli gruppi, famiglie miste, dispersi soprattutto sull’intero territorio della Federazione russa dove si insediarono lasciato il Cazachistan o nel Cazachistan stesso dove rimasero. O negli Stati a questo confinanti come l’Uzbechistan. Altri, come già detto, si trovano in Ucraina nella regione di Donezk (la famiglia Scoccemarro ed altre).

Quanti essi siano non è facile precisare e così localizzarli, costretti come furono per decenni a non palesare la propria origine e le proprie traversie per tema di persecuzioni. Anche fra loro hanno perso spesso i contatti. Opera di censimento e di individuazione e di coordinamento è stata tentata da Paolo Evangelista, nipote di Bartolomeo (vedi fra poco al cap. V), che aveva fondato a Saratov, città sul Volga, dove risiedeva, l’Associazione degli Italiani di Russia. Il nessun aiuto ricevuto dalle autorità italiane (che mostrano al solito sull’argomento della deportazione degli Italiani una insensibilità semplicemente ignobile) e l’assoluta sordità di quelle russe, e le necessità della vita, hanno costretto Paolo a desistere dal suo impegno (si veda nel capitolo Parlano i testimoni). E’ superfluo porre in risalto il grave danno che ne è derivato non foss’altro che sotto il mero aspetto culturale e della ricerca scientifica per non parlare dell’aspetto umano. Gli anni passano e l’indagine si fa sempre più difficile e complicata.

Accennando brevemente agli Italiani rimasti in Cazachistan, ricordiamo, ad esempio, che Caragandà, dove furono portati in molti, fu per molti anni una città “proibita” dalla quale non si poteva uscire (nè si poteva entrarvi) senza permesso in quanto enorme campo di concentramento. Città artificiale perché nata quale centro di raccolta di centinaia di migliaia di deportati. Fu quindi impossibile per anni agli Italiani poterne uscire e cercare di tornare in Crimea, come si è già detto.

Fino a qualche anno fa gli Italiani del Cazachistan si riunivano ora in casa dell’uno ora in casa dell’altro. Ora non più, gli anziani sono morti col pensiero rivolto all’Italia, la loro patria del sogno, ed i figli hanno altri problemi quali quelli della sopravvivenza e del lavoro. Comunque all’ultimo censimento risulta che in Cazachistan hanno dichiarato la nazionalità italiana 365 persone.

Alcuni anni or sono di loro si interessò il delegato apostolico in Cazachistan, mons. Edoardo Canetta, che presentò un memoriale all’allora Presidente della Repubblica Italiana Scalfaro ed al Ministro degli esteri Fassino, in occasione della loro visita di Stato in Cazachistan. “Il momento politico non è adatto” fu la risposta (dichiarazione rilasciata a Giulio Vignoli da mons. Edoardo Canetta, nella sua abitazione di Milano, il 9 febbraio 2002) e tutto finì lì.

Un ritorno degli Italiani in Crimea da Russia, Cazachistan, Uzbechistan (ci sono Italiani anche nella Repubblica dei Komi !) è inattuabile. Con la dissoluzione dell’U.R.S.S. e la nascita come Stati indipendenti dei Paesi che la componevano, numerose frontiere si sono frapposte fra loro e la Crimea. Ora Cazachistan, Uzbechistan, ecc. sono Stati del tutto indipendenti di cui gli Italiani ivi residenti sono diventati cittadini. Essi possono tornare in Crimea, regione del resto distantissima da loro, solo come turisti. Infatti essi ora sono stranieri in Ucraina, alla quale la Crimea appartiene, perché hanno avuto automaticamente il passaporto degli altri Stati. Come turisti (a parte il problema delle spese del lungo viaggio), giacchè stranieri, sono privi però, ovviamente, di documenti ucraini e quindi, anche se lo volessero, non possono trovare lavoro, né ricevere le pensioni, né iscrivere i figli a scuola, né avere l’assistenza sanitaria. Insomma, non possono rimanere stabilmente a Kerc. Potrebbero affermare ch’essi sono stati deportati e come tali aventi diritto a rientrare e a riottenere la cittadinanza ucraina (la legge riconosce infatti questo diritto) e godere delle provvidenze previste dalla legge per i deportati. Ma questo non è ammesso: come abbiamo già detto, la deportazione in Cazachistan degli Italiani di Crimea non è riconosciuta dal governo ucraino . Insomma gli Italiani sono discriminati anche sotto questo aspetto.

Sottoponendo Giulio Vignoli la questione del mancato riconoscimento da parte dell’Ucraina della deportazione degli Italiani all’ambasciatrice d’Italia Jolanda Brunetti, questi si sentì rispondere che, tanto, l’eventuale riconoscimento della deportazione non avrebbe portato nessun beneficio materiale agli ex deportati. A parte il fatto che ciò non è vero, sia per quanto detto sopra a proposito di coloro che non si trovano in Ucraina e che vogliono rientrarvi, sia per altre pur piccole provvidenze, ma grandi avendo presente la miseria in cui si vive in Ucraina, l’ambasciatrice dimenticava molto disinvoltamente l’aspetto etico.

E’ riconosciuta la deportazione dei Tartari, dei Tedeschi, dei Bulgari, degli Armeni e dei Greci, non quella degli Italiani. C’è il “Giorno della memoria dei deportati” (18 maggio) al quale gli Italiani non possono partecipare. E’ come se si fossero persi nel conto immane dei crimini del comunismo. Nel maggio 2003 a Kerc fu posto un piccolo monumento (un macigno con una lapide) alla memoria dei concittadini deportati. Anche qui gli Italiani non sono menzionati. E’ giusto tuttavia ricordare che grazie al Municipio (sindaco Osadcij) a Kerc esiste un edificio detto “Casa d’Amicizia Tavrika” dove ogni associazione nazionale registrata della città ha una sua cameretta. Questa Casa è l’unica in Crimea. Senza questo beneficio ogni comunità dovrebbe cercare, prendere in affitto e pagare una sede. Credo che per gli Italiani sarebbe troppo caro.

Insomma, per concludere, gli Italiani di Cazachistan, Uzbechistan, Komi, ecc. non possono rientrare in Crimea e quelli che sono rientrati non possono godere delle sia pur piccole provvidenze previste per le altre minoranze deportate, né ufficialmente possono partecipare alla Giornata del deportato, né esservi ricordati, né commemorare il loro olocausto, né apporre una croce là dove morirono nella loro Via Crucis. “Tutta la strada da Kerc al Kazakhstan è irrigata di lacrime e di sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno né tombe, né croci”, scrive in una sua lettera Giulia Boico, nipote di deportati, che da sola ha imparato la lingua degli avi (i deportati non avevano certo occasioni per coltivarla…).


CONCLUSIONI


a) Necessità che la Repubblica di Ucraina e la Repubblica autonoma di Crimea riconoscano ufficialmente la deportazione degli Italiani

E’ assolutamente necessario che il Governo della Repubblica di Ucraina ed il Governo della Repubblica autonoma di Crimea riconoscano ufficialmente e chiaramente senza ulteriori indugi la deportazione degli Italiani con tutte le conseguenze giuridiche relative.

Non è ammissibile che ci si trincei ancora dietro pretesti e sofismi quando non foss’altro esiste la testimonianza dei superstiti. Tutti bugiardi? La documentazione sulla deportazione non può essere tutta sparita e compito dei Governi ucraino e della Crimea è rintracciarla nei loro rispettivi uffici. Non è ammissibile che si addossi ai membri della minoranza italiana l’onere di cercarla a loro spese negli innumerevoli uffici statali e regionali sparsi su un vastissimo territorio. Le ricerche negli archivi sono lunghe, difficili e costose e la minoranza italiana è poverissima ed estremamente esigua.

Non è possibile addossare oneri finanziari gravissimi ad una Comunità nazionale come quella italiana ora dispersa, esigua e poverissima.

L’intervento del Governo italiano presso quello ucraino sul riconoscimento della deportazione degli Italiani è necessario senza ulteriori indugi e disinteresse.


b) Necessità che la Repubblica Italiana restituisca la cittadinanza agli Italiani di Crimea e loro discendenti maschili e femminili che la richiedono

Risulta ben chiaro da tutto quanto sopra abbiamo detto che in ogni caso la cittadinanza sovietica fu imposta agli Italiani. Non potevano ne’ rifiutare, ne’ tornare in Italia. Non poterono più tornare dopo la fine degli anni ’30 anche se avessero voluto. Ma anche chi non partì allora, non certo lo fece per adesione alle ideologie sovietiche. Tutto era stato nazionalizzato, non vi era più nulla da vendere per pagarsi il viaggio. Giulia Boico ricorda la vicenda del bisnonno Sebastiano e di suo fratello maggiore Saverio, ma diamo a lei la parola: “Sebastiano aveva 11 figli, non poteva risparmiare, Saverio ne aveva tre, dunque fu un po’ più benestante (…), la famiglia non aveva da vendere per pagare il viaggio per più di cinquanta persone (i figli maggiori erano già sposati con tre-sei bambini). Saverio è riuscito a partire con la moglie e la figlia minore perché i risparmi bastavano solo per il viaggio di tre persone. Due figlie più grandi erano già sposate ed avevano figli. Hanno deciso che se fossero riusciti a tornare in Patria e rimettere le radici, avrebbero aiutato le figlie e la famiglia di Sebastiano a scappare dall’URSS. Sono andati per mare. So che anche la piccola vecchia nave di Saverio era nazionalizzata, ma Pietro Pergalo, citando la mia prozia Silvia, insiste che Saverio l’avesse recuperata e che avesse osato partire per l’Italia proprio con questa nave decrepita, adatta solo alla navigazione costiera. In ogni caso il viaggio di ritorno fu lungo e molto pericoloso e quella loro odissea piena di avventure meriterebbe un racconto speciale. Solo da non molti anni i parenti lasciati in Crimea hanno saputo che non erano annegati ed avevano raggiunto Trieste. Ma non riuscirono a far tornare né le altre figlie, né i figli del fratello Sebastiano (mio bisnonno)”.

Si aggiunga che i rimasti venivano impauriti dalla propaganda sovietica: “Mussolini vi farà pagare il vostro lavoro al Kolkos sovietico!”. Temevano all’arrivo in Italia di essere subito uccisi o almeno imprigionati dai fascisti!

Si impone quindi la restituzione della cittadinanza italiana agli Italiani ed ai loro discendenti in linea maschile e femminile che ne facciano richiesta. A questo proposito si ricordano le leggi: legge 14 dicembre 2000, n. 379, “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenenti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti”; legge 8 marzo 2006, n.124, “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, concernenti il riconoscimento della cittadinanza italiana ai connazionali dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia e ai loro discendenti”.

Sulla falsariga di queste leggi si può procedere anche per gli Italiani di Crimea.